La materialità della pellicola nelle pratiche sperimentali dei laboratori artistici. Intervista a Tiziano Doria

All rights reserved / Courtesy of Unzalab & Labbash

Come nasce UnzaLab e quali sono gli obiettivi che vi hanno spinto nella sua realizzazione?

UnzaLab, il nostro laboratorio di cinema, camera oscura, fotografia, serigrafia, nasce a Niguarda nel 2016. Niguarda è un quartiere periferico di Milano e UnzaLab nasce come estensione di Unza, una realtà già esistente a Niguarda da più o meno 15 anni. Quindi i primi passi sono stati fatti all’interno di questa associazione, che è una ciclofficina, e siccome c’era la necessità di sviluppare ulteriormente questa pratica del micro-cinema
a passo ridotto, si è pensato di fare un ulteriore spazio dedicato soprattutto e solo alla camera oscura. UnzaLab è un lavoro condiviso, frutto di un insieme di esperienze. La cosa fondamentale è il fatto che ognuno ha la sua competenza: chi è più esperto in montaggio, chi è più esperto in ripresa, chi è più esperto in pellicola, chi nell’audio, chi nelle relazioni. Tutte queste anime costituiscono l’associazione. La nostra caratteristica quindi risiede proprio nel fatto che si tratta di un esperimento abbastanza condiviso e con un’intenzione comune. UnzaLab nasce per un’esigenza, quella del cinema e della pellicola. Convivono fotografia, cinema e serigrafia perché hanno tutti un punto in comune che è la camera oscura. Più che obiettivi, le nostre sono delle pratiche: noi pensiamo che la pellicola abbia un particolare valore che combacia esattamente con l’idea che noi abbiamo del cinema e del film. Non abbiamo un’attenzione particolare per quella che è la narrativa del cinema, quindi la pellicola ci permette di fare delle sperimentazioni probabilmente più visibili e anche più importanti sul supporto che rappresenta l’elemento principale.

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L’archeologia dei media è considerata anche come una pratica sperimentale e, di conseguenza, anche il filmmaker viene ritenuto un tecnico. Cosa ne pensate?

L’archeologia dei media una pratica sperimentale, non lo so… Essendo dei mezzi a basso costo, a noi conviene utilizzare dei mezzi di quel tipo. Mentre solo pochi anni fa sarebbe stato impensabile avere una camera 16mm con degli accessori molto curati, con degli elementi professionali così forti e quindi adesso diventa una possibilità: quello che tempo fa non si poteva fare adesso possiamo farlo con la stessa forza. Questo è quello che ci piace, l’idea di usare un mezzo con tanti vincoli chiaramente, che però ci permette di usare mezzi che prima non si potevano usare. Probabilmente il filmmaker oggi deve avere più competenze, mentre prima uno girava e poi mandava in laboratorio e poi mandava al montatore e poi mandava alla stampa del film o al fonico. Adesso il filmmaker deve combaciare sicuramente con più figure. Se vogliamo metterla in questi termini di “tecnico” direi di sì, però più che un tecnico mi permetto di dire che deve avere una visione più ampia, una visione più legata all’arte, non tanto alla tecnica.

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Nella vostra esperienza artistica la materialità del medium ha una grande
importanza. Quali sono le motivazioni estetiche e culturali che si celano dietro questa grande importanza?

Nella nostra esperienza, invece, la materialità e il mezzo hanno importanza anche per la qualità visiva, per il supporto, per i processi. Da non dimenticare che tutti questi elementi combaciano con la nostra idea di cinema: non è tanto il supporto che fa il film ma è il supporto che combacia con questa idea di cinema e quindi combaciando danno esattamente il risultato che a noi interessa. Motivazioni culturali non lo so… Ti dico, è più un fatto di esperienza che di motivazioni, è più un fatto legato ad una pratica, proprio alla produzione pratica.

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Qual è il vostro legame con l’archivio?

Il nostro legame con l’archivio è forte perché ovviamente tante cose che arrivano a noi sono frutto di ritrovamenti. Usiamo spesso degli oggetti che abbiamo trovato, usiamo dei film che abbiamo trovato, che ci hanno regalato o che ci hanno messo a disposizione.
È fondamentale l’utilizzo dell’archivio ma non solo come processo visivo o come elemento visivo da aggiungere alle lavorazioni ma proprio come conoscenza: il fatto che arrivino a noi delle bobine di film o degli spezzoni o anche solo delle fotografie, ci permette di capire quali erano i processi, come venivano realizzati questi processi, come venivano usati. Anche qui è una questione di esperienza che ci insegna delle cose e che ci permette di vedere in modo nuovo quegli elementi. L’archivio non è fondante nella
nostra pratica però è molto vicino alle nostre corde perché spesso è più facile lavorare con del materiale d’archivio che produrlo nuovo.

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Parliamo di WARSHADFILM e LABBÀSH.

Io e Samira Guadagnuolo lavoriamo a Milano a LABBÀSH – un laboratorio foto-cinematografico – che condividiamo con Massimo Mosca. Warshad significa appunto “laboratorio” e, infatti, la nostra attività si innesta su pratiche legate ai processi della fotografia analogica, del film 8mm, 16mm e 35mm… Gran parte del lavoro si svolge in camera oscura ed è legato alla qualità materiale dei supporti usati, così come al tentativo di una riappropriazione dell’intero processo di produzione fotografica e filmica, che parte dalle riprese e arriva alla stampa finale. Ciò è intimamente legato alla ricerca di una forma e di un linguaggio che trovano – nel grado minimo degli strumenti usati, nelle loro qualità e possibilità tecniche, nei loro processi – una corrispondenza concettuale e poetica. Grande importanza riveste anche la reciprocità tra immagine e parola e la ricerca di un isomorfismo tra il visivo e il parlato o lo scritto. Ci sono dei soggetti che vengono osservati in modo ricorrente: l’assolato sud, che evoca una realtà assorta e simbolica – che sia il sud delle nostre regioni o quello lontano ed esotico, entrambi luoghi della nostra infanzia – ma anche, traslando, scenari di una fanciullezza collettiva. Abbiamo realizzato un cortometraggio, Incompiuta, girato in Basilicata, che è stato selezionato, tra gli altri, al Locarno Film Festival e al Torino Film Festival. Abbiamo realizzato diverse installazioni cinematografiche, cortometraggi, raccolte fotografiche, lavorando anche con archivi fotografici e filmici.

(a cura di Martina Mele)

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