The Last of the Mohicans (L’ultimo dei Mohicani, 1920)

Maurice Tourneur e Clarence Brown

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SINOSSI: Nel 1757, durante la guerra dei sette anni (1756-63), Cora Munro e la sorella Alice tentano di raggiungere Fort William Henry, comandato dal padre, il colonnello inglese Munro, attaccato dai francesi e dagli uroni loro alleati. Durante il loro viaggio, le ragazze vengono scortate, oltre che dal maggiore Heyward, innamorato di Alice, anche dal malvagio urone Magua, che lavora segretamente per conto dei francesi. Fortunatamente, durante il tragitto si imbattono nel capo mohicano Chingachgook “Grande serpente” e in suo figlio Uncas. Assieme a loro, il cacciatore bianco Hawkeye (“Occhio di Falco”) e un prete che ama suonare il flauto. Magua fugge e il gruppo si rifugia per la notte in una caverna. Presto sopraggiungono Magua e i suoi uomini, ma Uncas e gli altri riescono a respingere l’assalto e a raggiungere Fort Henry. Ma il tradimento del capitano Randolf, innamorato di Cora e geloso di Uncas, causa la resa dell’avamposto ai francesi. La guarnigione del colonnello Munro, cui era stata promessa l’incolumità, viene massacrata dalla tribù di Magua, il quale rapisce le due sorelle Munro. Le ragazze vengono soccorse nuovamente da Uncas, ma Magua riesce a portare via con sé Cora, che si offre al posto della sorella. Cora tenta la fuga, ma Magua la raggiunge e la ragazza precipita giù da un dirupo. Nel combattimento all’ultimo sangue fra Magua e Uncas, il primo ha la meglio, ma viene poi ucciso da Hawkeye. Il film si conclude con la doppia cerimonia funebre di Cora e Uncas, l’ultimo dei Mohicani.

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Prima che Il Cinema Ritrovato di Bologna gli dedicasse una rassegna nel 2011, il nome di Maurice Tourneur era pressoché caduto nel dimenticatoio, assieme all’importante posto che occupa nella storia del cinema. Fu uno dei più importanti cineasti europei a lavorare negli Stati Uniti nell’era del muto: nel 1918 la rivista “Photoplay” lo aveva classificato al quarto posto fra i maggiori registi di tutto il mondo, dopo Griffith, Ince e DeMille[1]. Un suo illustre collega, Rex Ingram, (The Four Horsemen of the Apocalypse [I quattro cavalieri dell’Apocalisse, 1921]), a proposito di Tourneur e Griffith, dichiarò: «Sono stati i miei insegnanti, ho imparato tutto da loro»[2].

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In seguito al declino della World Film, nel 1918 Tourneur si mise in società con la Associated Producers, che, ispirandosi alla United Artists, nasceva allo scopo di distribuire i film dei suoi stessi soci (fra cui Allan Dwan, Marshall Neilan, Mack Sennett, Thomas H. Ince e un Howard Hawks a inizio carriera), tutti registi resisi indipendenti per sfuggire alla crescente ingerenza dei grandi studios hollywoodiani. La compagnia chiuse i battenti dopo soli tre anni e poté vantare come unico vero successo The Last of the Mohicans. Già da diversi anni, Maurice Tourneur si era messo al fianco un giovane e talentuoso collaboratore originario di Clinton, Massachusetts, ex meccanico di automobili e destinato a sua volta a una lunga carriera: Clarence Brown. Questi divenne aiuto regista dopo un primo periodo in cui si occupava principalmente del montaggio. Proprio all’inizio del 1920, Brown era stato “promosso” alla regia per dirigere The Great Redeemer (andato perduto), che ebbe un grande successo[3]. Dopo appena due settimane dall’inizio delle riprese di The Last of the Mohicans, Tourneur fece una brutta caduta sul set che lo costrinse a letto per ben tre mesi. E così Brown finì per occuparsi in prima persona delle riprese. Le testimonianze raccolte da Kevin Brownlow in merito sono discordanti:

L’operatore Charles van Enger, intervistato negli anni Settanta, non rammentava l’incidente. Jacques Tourneur ricordava peraltro che il padre si era ammalato di pleurite; a suo avviso, Brown poteva aver girato il 30 per cento del  film. Nel 1969 Van Enger mi parlò tuttavia del 50 per cento, e Richard Koszarski, nel 1973, del 90 per cento. In ogni caso, Tourneur si adoperò con grande generosità affinché Brown apparisse sui titoli di testa come co-regista, circostanza che impresse alla sua carriera un impulso decisivo.[4]

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D’altro canto, è proprio la profonda unità di maestro e discepolo a rendere meno spinosa la questione della paternità del film. Infatti, anche se è stato Brown a realizzarne materialmente la maggior parte (sicuramente tutte o quasi le scene in esterni, dato che Tourneur preferiva di gran lunga i set in studio[5]), la sua visione è perfettamente coincidente con quella del suo mentore, il cui controllo sul suo operato, fra l’altro, era molto stretto: come raccontò lo stesso Brown, il regista francese si faceva proiettare ogni giorno tutto il materiale girato e, se qualcosa non gli piaceva, una semplice pernacchia significava che il lavoro andava rifatto[6]. Anche in seguito, quando Brown divenne un regista autonomo e di successo, il suo stile conservò sotto molti aspetti l’influenza del suo mentore. Lui stesso non fece mai mistero della sua profonda ammirazione e gratitudine: «Maurice Tourneur era il mio dio. Gli devo tutto quello che ho al mondo. Per me è stato il più grande uomo che sia mai vissuto. Se non fosse stato per lui, sarei ancora lì a riparare automobili»[7].

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The Last of the Mohicans, di Fenimore Cooper, pubblicato nel 1826, fa parte della cosiddetta pentalogia Leatherstocking Tales (“I racconti di Calza-di-cuoio”, 1823-41). Il film presenta alcune importanti divergenze rispetto al romanzo, fra cui la principale è il fatto che Natty Bumppo detto “Hawkeye” (Occhio di Falco), il cacciatore bianco protagonista di tutti i romanzi della saga, qui rimane una figura di sfondo. Ad emergere in primo piano sono invece Cora Munro (Barbara Bedford), il malvagio urone Magua (Wallace Beery) e Uncas (Alan Roscoe, ex partner cinematografico di Theda Bara), figlio di Chingachgook, e “ultimo dei Mohicani”, in quanto ultimo discendente puro del suo popolo. Anche la storia d’amore – per quando “pudica”, onde prevenire la censura nei riguardi di un’allora inaccettabile relazione interrazziale – nel romanzo era assente.

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Anche se non è ancora possibile parlare di un punto di vista da parte dei pellerossa, il film osserva comunque il popolo dei nativi americani sotto un’ottica dignitosa, mai banale o standardizzata. Eroi e traditori sono equamente distribuiti fra i bianchi e i pellerossa. A parte il fatto che l’attore Alan Crosland, che interpreta Uncas, fosse di origine indiana per parte di padre (un mezzosangue), nel film non compare nessun nativo americano, neanche fra le comparse. Inoltre, nonostante Boris Karloff sia accreditato pressoché ovunque nelle vesti di un pellerossa, l’attore negò di avervi mai lavorato[8].

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The Last of the Mohicans, oltre ad essere un grande e innovativo film d’azione e avventura, un dramma “storico” e una struggente storia d’amore, segna anche l’apoteosi di quello stile pittorico che aveva reso tanto famoso e apprezzato il nome di Maurice Tourneur in opere precedenti, come ad esempio Bluebird (L’uccello azzurro, 1918). Lo si riscontra sia nelle scene in esterni, con l’uso della profondità di campo, delle prospettive, delle figure umane riprese in silhouette, sia in quelle in studio, con una illuminazione che va dal forte contrasto, al chiaroscuro più modulato, e in cui si nota la preferenza per la luce naturale proveniente spesso da un solo lato del set, secondo una pratica in uso soprattutto nel cinema italiano e svedese[9]. A completare il lavoro magistrale fatto in sede di messa in scena si aggiungono poi le tinte, scelte differentemente e in modo sapiente per tutte le  scene, e non solo al fine di distinguere, come era d’uso, quelle notturne da quelle diurne.

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Il primo grande protagonista è il paesaggio. La parte finale del film è stata girata nel parco nazionale di Yosemite, con le sue sequoie giganti e le sue cascate. Fra le altre magnifiche location californiane ci sono il Big Bear Lake (nonché l’omonima valle) e, più a sud, la Foresta Nazionale di San Bernardino. Tuttavia, come sintetizza bene Everson:

I film di Tourneur non soltanto usavano location gradevoli o emozionanti esterni panoramici. Erano anche magnificamente progettati e illuminati, con una propensione per riprese in silhouette o per inquadrature a partire da interni bui verso la luce esterna. Persino i film muti americani più di routine di Tourneur (…) possiedono la grazia salvifica di una bellezza visiva mistica. Ma la bellezza del suo Last of the Mohicans non fu conseguita a spese della qualità della storia. Che rimane un vigoroso racconto d’avventura, fedele allo spirito dell’originale di Fenimore Cooper, con un finale decisamente tragico e alcune delle più selvagge scene di massacri indiani mai girate. [10]

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La prima parte ha un ritmo lento, che serve per introdurre i personaggi principali, ma si tratta solo della quiete prima della tempesta, dato che si susseguiranno poi diverse scene frenetiche di fughe e combattimenti perfettamente suddivise in tre grandi sequenze d’azione: e mai come in questo caso, nel cinema, azione e dramma, nel suo significato etimologico (δρᾶμα), sono stati così equivalenti… Qui per il momento risalta l’eleganza pittorica della composizione (marchio di fabbrica di Tourneur), in particolar modo nel presentare le figure femminili delle due sorelle: Cora, che suona la sua arpa con aria sognante e Alice che gioca allegramente con due bambine. Sia l’una sia l’altra vengono connotate simbolicamente nei tratti della raffinatezza e dell’innocenza, due qualità che non solo contrastano con l’ambiente selvaggio che le circonda, ma ancor più marcheranno la turbinante disavventura che le attende al varco.

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In questa stessa sequenza fa la sua prima apparizione Uncas: l’uomo, giunto a Fort Edward (dove si trovano inizialmente le sorelle Munro) per avvisare il generale Webb della rivolta degli uroni contro gli inglesi, rimane sulla soglia della baracca. La luce del giorno lo colpisce da un lato, lasciando in penombra l’ambiente interno e mettendo il risalto il suo fisico possente, che non passa inosservato agli occhi di Cora, visibilmente annoiata dalle chiacchiere del suo corteggiatore, il capitano Randolf. La presentazione di Uncas sulla soglia ci dice che egli è un uomo che vive a metà fra il mondo “selvaggio” della sua gente e quello “civilizzato” dei bianchi. E’ fiero dell’appartenenza al suo popolo, ma al contempo si pone come mediatore e intermediario.

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Viceversa, l’urone Magua emerge correndo dalla foresta e attraversa poi uno spazio erboso dirigendosi verso la macchina da presa. L’inquadratura è una semi-soggettiva riconducibile a due guardie inglesi che, di spalle e in primo piano, che fanno da quinte al paesaggio e all’approssimarsi dell’indiano: questa breve sequenza ci dice dunque, inequivocabilmente, che quella natura maestosa e infida è dalla parte dell’urone. In un secondo momento, lo vediamo appoggiato a un muro che giocherella col suo coltello, spaventando inavvertitamente le due sorelle Munro. Aldilà delle motivazioni specifiche del suo odio verso gli inglesi, ciò che passa in primo piano, nel corso del film, è la sua irriducibilità e indomabilità: un pellerossa non addomesticabile, che rimane dunque l’altro, un pericolo per l’incolumità dei bianchi (soprattutto delle donne). L’aria minacciosa e il grugno al tempo stesso feroce e sprezzante di Wallace Beery lo rendono quanto mai credibile nel ruolo.

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La recitazione degli attori è sorprendentemente naturale: una qualità decisamente moderna, rispetto alla stragrande maggioranza dei film statunitensi di quegli anni. E’ questo un altro tratto ricorrente nel cinema di Tourneur, che in Francia aveva lavorato nel teatro di Antoine, uno dei precursori del realismo. Entrambi questi elementi, l’illuminazione e la recitazione, sembrano aver fatto presa su Josef von Sternberg, che proprio a Fort Lee stava facendo in quegli anni il suo apprendistato di aiuto regista (e anche Sternberg, come Tourneur, non amerà girare in esterni).

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Molti i primi piani di Cora (Barbara Bedford), come ad esempio quello nella magnifica sequenza nella grotta: in un morbido chiaroscuro, la mano a pugno sotto il mento, che guarda di sottecchi Uncas, sedutosi accanto a lei. E’ lecito credere che Sternberg se ne ricorderà per l’altrettanto splendido primo piano che farà a Georgia Hale in The Salvation Hunters (1925), il suo primo film. Sembra sia stato proprio Clarence Brown a tirar fuori il meglio da questa bellissima ma inesperta attrice (che Tourneur invece pare non apprezzasse molto[11]). Non rimane difficile crederlo, dato che Brown in futuro diventerà celebre anche grazie agli splendidi primi piani sui volti di dive come Greta Garbo, Norma Shearer e Joan Crawford. All’illuminazione soffusa che modula i sentimenti dei due protagonisti, si succede il chiaroscuro contrastato di altre scene, come quella in cui il colonnello Munro, assieme al suo stato maggiore, discute della situazione drammatica del forte assediato: un piccolo braciere posto al centro del tavolo dove siedono gli ufficiali, ne proietta sulle pareti le ombre, un corrispettivo delle loro espressioni gravi. E’ una scena cruciale, anche perché è qui che Randolf apprende che l’esercito britannico è rimasto senza munizioni e decide di rivelarlo al nemico. Lo stesso contrasto luci/ombre, ma in esterni si ritrova nella successiva scena notturna presso l’accampamento degli uroni, dove le luci delle torce si riflettono nelle acque del fiume mentre i pellerossa si preparano all’assalto.

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Cora non è soltanto una damsell in distress da salvare, ma un’autentica eroina, coraggiosa, risoluta e combattiva quando serve. In alcune scene pulisce rapidamente le armi degli uomini insieme ad Alice; in altre è lei stessa ad imbracciare il fucile, come nella scena al forte quando, di notte, sentendo un rumore fuori dalla finestra della sua stanza, afferra l’arma dalla parete mentre la sua immagine viene riflessa dal vetro della finestra, che si apre lentamente: con sorpresa scopre che è Uncas, che le offre in dono uno scialle indiano. Nel 1920 l’amore interrazziale, come si è detto, non può essere né mostrato né consumato, ma gli sguardi fra i due sono di grande dolcezza e intensità, e il sorriso di Cora, quando si siede sul cornicione della finestra (Uncas rimane rispettosamente all’esterno), è il sorriso di una giovane donna innamorata. L’appassionante dramma che percorre tutto il film è figlio di questo amore proibito, tanto più casto e struggente nella sua impossibilità da rendere ancora più vile e odioso il tradimento di Randolf: il suo orgoglio ferito diviene la causa del massacro dei suoi stessi commilitoni e la morte dei due protagonisti.

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Ma veniamo adesso alle scene d’azione. La prima è quella della sparatoria nella grotta in cui il piccolo gruppo di Uncas e Cora è assediato dagli uroni di Magua. Il combattimento avviene dapprima tramite uno scambio di fucilate a distanza, poi si passa alla lotta con coltelli e tomahawk. Da notare come l’impressione sonora degli spari sia suscitata tramite due accorgimenti visivi: il fumo che esce dai fucili e il montaggio che alterna i primi spari alla reazione delle due ragazze che si alzano di soprassalto. Il sonoro è ancora di là da venire, ma è necessario fare in modo che lo spettatore sia completamente coinvolto.

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Nelle scene d’azione prende piede un montaggio più articolato, assieme ad un uso efficace e modernissimo dei primissimi piani in soggettiva nei combattimenti corpo a corpo.

L’apice del dramma viene raggiunto nella lunga sequenza del massacro dei soldati inglesi e delle loro famiglie all’uscita del forte. Alcuni dettagli sono ancora oggi raccapriccianti: vediamo un urone lanciare in aria un neonato, mentre un altro afferra una ragazzina e la uccide a colpi d’ascia. Infine, la brutale e spietata carneficina dei soldati malati e feriti, rimasti all’interno del forte, che subiscono i colpi dei nemici senza avere alcuna possibilità di difendersi. Alcuni di questi episodi di violenza sono solo in parte mitigati dal fatto che avvengono nella confusione di scene di massa, riprese in campo medio o lungo, in modo simile ai western prodotti da Ince anni prima.

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Ma anche se i dettagli più cruenti non vengono enfatizzati tramite piani ravvicinati, si tratta ugualmente di momenti di forte impatto drammatico, del tutto inusuali per l’epoca: «Tourneur e Brown non si ritraggono dal rappresentare la violenza della storia o i suoi aspetti tragici, in un tempo in cui Hollywood preferiva riscrivere i classici puntando a un gusto più popolare e di massa»[12]. Al termine della sequenza ci sono cadaveri ovunque, ma il picco emotivo giunge tramite una metonimia: un cavallo che strofina il muso contro quello del compagno morto, trafitto da alcune frecce.

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La terza ed ultima sequenza d’azione, quella della resa dei conti finale, lascia senza fiato. Dopo essere fuggita dalle mani di Magua, Cora si arrampica in cima ad un alto pendio a strapiombo nella valle, inseguita dall’urone. Il tutto è girato in esterni, perciò possiamo scorgere sulla cima della grande roccia due minuscole figure che si stagliano contro il cielo. Il duello psicologico fra i due sconfina nel sadismo: Cora minaccia di gettarsi dal dirupo, se Magua fa ancora un passo. Lui allora si siede e aspetta. Passano le ore e cala la notte. All’alba Cora è ormai stremata, le si chiudono gli occhi, e Magua ne approfitta per avventarsi su di lei. Ma ecco che finalmente arriva Uncas.

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Chi si aspetta il più classico dei salvataggi in extremis seguito da un lieto fine, rimane doppiamente deluso: Cora, aggrappata al dirupo, viene pugnalata alle dita da Magua finché non molla la presa e precipita. Una morte tanto più tragica e scioccante quanto inattesa. Si scatena un epico duello con i coltelli fra i due uomini. La tensione della scena è duplicata dal suo essere ripresa alternativamente in piano medio e in campo lungo, dal basso. I due, avvinghiati rotolano giù da una scarpata, discendono malamente le rocce che costeggiano una grande cascata e giungono infine a valle. Ma è l’urone a uscire vittorioso dalla lotta, dopo aver pugnalato al petto Uncas, il cui corpo va a cadere proprio accanto a quello di Cora. Dopo tutto questo, è una consolazione assai magra il tardivo intervento di Hawkeye che tira una fucilata a Magua da lontano, spedendolo giù per la cascata. Hawkeye e Chingachgook sono testimoni dell’ultimo gesto di Uncas, che, morente, allunga la sua mano fino ad afferrare quella di Cora. L’ultima sequenza ritrae in parallelo la sepoltura di Cora e la cerimonia indiana in cui il corpo di Uncas viene bruciato sulla pira funeraria: uno dei finali più mesti mai visti in un film americano fino a quel momento.

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In precedenza, il romanzo di Cooper era già stato trasposto sullo schermo almeno due volte, sotto forma di one-reel, con ben poche possibilità di renderne in maniera adeguata l’afflato epico e tragico in una manciata di minuti: Leather Stocking (1909), versione apocrifa della Biograph per la regia di Griffith, e The Last of the Mohicans (1911) diretto da Theodore Marston per la Tanhouser, col futuro regista James Cruze nella parte di Uncas. Seguiranno varie versioni nei decenni successivi, fra cui quelle omonime del 1932 (Ford Beebe e B. Reeves Eason) e del 1936 (George B. Seitz) e, a seguire, Last of the Redmen (George Sherman, 1947), oltre alla coproduzione tedesco-spagnolo-italiana Der letzte Mohikaner (Harald Reinl, 1965). Ma la trasposizione più celebre rimane senza dubbio quella di Michael Mann del 1992, a dir poco meravigliosa.

Vittorio Renzi


[1] Roberto Chiesi, Omaggio a Maurice Tourneur, Catalogo Il Cinema Ritrovato 2011, Cineteca di Bologna, p. 170.
[2] René Prédal, Rex Ingram, in AA.VV., Anthologie du Cinéma, Tome VI, Paris, L’Avant-Scène, 1971, p. 89 [traduzione mia].
[3] Nonostante Tourneur risulti quasi ovunque nei database e nelle schede del film come co-regista del film, Brown sostenne di averlo diretto da solo con una troupe piuttosto inesperta, e di aver ricevuto, a film terminato, i complimenti da parte di Tourneur: cfr. Kevin Brownlow, The Parade’s Gone by…, Berkeley and Los Angeles, University of California Press, 1968, p. 142.
[4] Kevin Brownlow, The Last of the Mohicans (L’ultimo dei Mohicani), in Le giornate del cinema muto (2018) http://www.giornatedelcinemamuto.it/anno/2018/the-last-of-the-mohicans/index.html
[5] K. Brownlow (1968), op. cit., p. 141.
[6] Ivi, p. 144.
[7] K. Brownlow (1968), op. cit, p. 138 [traduzione mia]. E non si trattava solo di parole: sempre Brownlow racconta, in un’altra sede: “Brown rimase sempre in contatto con il suo mentore. Quando Tourneur, che dopo aver lasciato il lavoro viveva in Francia, rimase gravemente ferito in un incidente stradale, Brown andò a fargli visita ogni volta che poteva e lo tenne sul libro paga per il resto della sua vita”. (K. Brownlow [2018], cit.)
[8] K. Brownlow (2018), cit.
[9] Richard Abel, Encyclopedia of Early Cinema, Londra/New York, Routledge, 2005, p. 557.
[10] William K. Everson, American Silent Film, New York, Da Capo Press, 1978, p. 151.
[11] K. Brownlow (2018), cit.
[12] D.W. McCaffrey, C.P. Jacobs, Guide to the Silent Years of American Cinema, Westport-London, Greenwood Press, 1999, p. 171 [traduzione mia].

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The Last of the Mohicans (L’ultimo dei Mohicani)

Usa, 1920

regia: Maurice Tourneur, Clarence Brown

soggetto: omonimo romanzo di James Fenimore Cooper (1826)

sceneggiatura: Robert A. Dillon.

fotografia: Philip R. Du Bois, Charles Van Enger

montaggio: Clarence Brown

musica: Arthur Kay

scenografia: Floyd Mueller

costumi: Art Lee

produzione: Maurice Tourneur, per Tourneur

distribuzione: Associated-First National

cast: Barbara Bedford (Cora Munroe), Alan Roscoe (Uncas), Wallace Beery (Magua), Lillian Hall (Alice Munro), Henry Woodward (magg. Heyward), George Hackathorne (cap. Randolph) James Gordon (col. Munro), Nelson McDowell (David Galmut, il predicatore), Harry Lorraine (Hawkeye), Theodore Lorch (Chingachgook),
Jack F.  McDonald (Tamenund), Sydney Deane (gen. Webb), Boris Karloff (?)

lunghezza: 6 rulli, 1560m

durata: 68′ a 20 fps

data di uscita: 21 novembre 1920

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