3 Bad Men (I tre furfanti, 1926)

John Ford

3 bad men 01

SINOSSI: Nel Dakota, il colonnello Carlton e sua figlia Lee (Olive Borden) partecipano a una delle “corse alla terra” per ottenere la proprietà di un terreno. Lungo la strada. Lee fa  conoscenza con il giovane irlandese Dan O’Malley (George O’Brien), ma poi i due si perdono di vista. Un giorno, la diligenza dei Carlton viene assalita dai banditi dello sceriffo corrotto Layne Hunter (Lou Tellegen), che si sono stabiliti presso la cittadina di Custer. Carlton viene ucciso, mentre  la ragazza viene salvata da tre fuorilegge – “Bull” Stanley (Tom Santschi), Mike Costigan (J. Farrell MacDonald) e “Spade” Allen (Frank Campeau) – che decidono di prendersi cura di lei. Giunti nei pressi di Custer, in mezzo a una folla di carri e famiglie in attesa del giorno della corsa, Lee reincontra Dan, proprio mentre i tre banditi hanno deciso di trovarle un brav’uomo da sposare. Il giorno della corsa, i tre si sacrificano combattendo contro Hunter e i suoi, per permettere a Lee e Dan di mettersi in salvo.

Nel 1877, quasi al termine del suo secondo mandato, il diciottesimo Presidente degli Stati Uniti, Ulysses S. Grant, repubblicano ed ex generale dell’Unione (sua fu una delle vittorie finali nordiste contro il Generale Lee, a Richmond), stabilì una corsa per l’assegnazione delle terre del Sud Dakota, da parte dei coloni bianchi. Pochi anni prima, proprio nella zona delle Black Hills, territorio sacro per i Sioux e facente parte della loro riserva, erano stati scoperti dei giacimenti auriferi e già diversi pionieri, senza l’autorizzazione governativa, vi si erano diretti causando nuove, sanguinose rivolte. Ma dopo tre secoli di lotte e massacri (e trattati traditi o ignorati da parte del governo statunitense), la grande stagione dei nativi americani giungeva definitivamente al termine. Le rivolte dei Sioux e di altre tribù limitrofe erano praticamente terminate l’anno prima, nonostante la grande sconfitta di Little Big Horn inflitta ai “visi pallidi” e, per l’ennesima volta, gli indiani americani venivano trasferiti in un’altra riserva, sempre più lontano dalle loro origini e dalla loro storia.

Di tutto questo ovviamente nel film di Ford non c’è traccia. Il cinema statunitense, ancora molto basico nel tratteggiare eventi e personaggi, riflette una società statunitense ancora in piena fase celebrativa, pressoché unanime e acritica, dell’era del pionierismo, del mito della costruzione della Grande Nazione, del sogno americano. L’anno prima, Charlie Chaplin aveva raccontato di un’altra grande corsa, quella all’oro nelle terre del Klondike avvenuta nel 1895, nel suo capolavoro The Gold Rush (La febbre dell’oro, 1925), puntando il dito, pur nella comicità, sull’amara piaga dell’avidità e della follia di un’intera nazione. L’occhio di Ford è assai più benevolo e nostalgico nei confronti di questi uomini e donne, giunti a migliaia dall’Europa o dalle città dell’Est, in cerca di speranza e di una vita migliore. Come poteva essere altrimenti? Era del resto simile la storia dei suoi genitori, immigrati irlandesi, giunti negli Stati Uniti pochi anni prima gli eventi narrati dal film. Eppure 3 Bad Men si apre su un’inquadratura che, sfruttando la profondità di campo, evidenzia le figure mute e immobili di alcuni pellerossa di spalle, in primo piano, che osservano l’arrivo dei carri dei pionieri bianchi sullo sfondo. E’ un’immagine priva di ulteriore commento – e la presenza dei pellerossa nel resto del film è alquanto marginale – che conferisce però un’immediata e forse non voluta aura malinconica, quasi e di rassegnazione, a degli eventi raccontati a cavallo tra storia, rimozione e mito. Lo stesso atteggiamento che Ford aveva già tenuto due anni prima in The Iron Horse (Il cavallo d’acciaio, 1924) e che mostrerà negli anni successivi. Solo diversi decenni dopo, in seguito alla consuetudine di lavorare a contatto con molti attori e stuntman nativi americani e di filmare nei loro territori, Ford inizierà a conoscere di prima mano le loro storie e tradizioni. E il risultato saranno film che, seppure entro certi limiti, problematizzeranno maggiormente l’incontro/scontro tra bianchi e pellerossa, rendendo questi ultimi più visibili e significativi, in termini sia di presenza che di spessore.

3 Bad Men è l’ultimo western muto di John Ford, dovranno passare infatti ben tredici anni prima che egli possa tornare a dirigerne uno, e si tratterà di Stagecoach (Ombre rosse, 1939): un’attesa ben ripagata, dunque.  E’ uno dei pochi progetti della Fox che poté scegliere, ne curò anche la sceneggiatura insieme a John Stone. Ed è un western in cui prevalgono toni da commedia, per certi versi picaresca. Molti critici (fra cui Mitry e Bogdanovich) lo ritengono il miglior film di muto di Ford (sempre tenendo presente che la maggior parte dei suoi film muti è ad oggi irreperibile), migliore anche di The Iron Horse, l’epico film sulla nascita della ferrovia negli Stati Uniti uscito due anni prima, che fu un grandissimo successo di pubblico e di critica. Come scrisse  Bogdanovich:

Qui, in forma embrionale, si trovano diversi suoi tratti caratteristici: lo sceriffo azzimato, il giornalista ubriaco, i furfanti buoni (che alla fine si sacrificano), e, come sempre, le immagini fordiane di cavalieri all’orizzonte, straordinari campi lunghi di carri coperti e uomini, vivaci contrasti di luce e oscurità. (1)

Il tipico umorismo di Ford pervade quasi tutti i personaggi e le situazioni di questo film corale, e non è relegato alle sole “spalle comiche”, come sarà poi nei suoi grandi classici del sonoro. Uno dei protagonisti, l’irlandese Dan O’Malley, è rappresentato in modo romantico e pittoresco, in sella al suo cavallo, ma seduto di traverso e intento a suonare un allegro motivo con la sua armonica. E’ l’eroe buono, un ragazzone entusiasta, ottimista e ingenuo. Lee, la figlia del maggiore Carleton, della Virginia, come tante altre donne dei film di Ford, è molto femminile e romantica e, al tempo stesso, vivace, coraggiosa e sfrontata. Al momento del primo incontro con Dan, è una fanciulla graziosa che si sporca il naso di grasso mentre lui la sta aiutando a cambiare la ruota del carro. Dan continua a indicarle il punto in cui è sporca, avvicinandosi sempre di più, per poterla poi baciare. A quel punto, il padre di lei, chinatosi per controllare lo stato delle ruote, scorge i due abbracciati dall’altra parte del carro. Riesce a vederli solo dalla vita in giù e, al momento del bacio, è la gamba di Dan che si piega all’indietro (un cliché di solito riservato al gentil sesso!). Successivamente, Lee riesce a tenere a bada con la dolcezza, ma anche con la forza del suo carattere i tre banditi che hanno promesso di proteggerla.

Si tratta di “Bull” Stanley, Mike Costigan e “Spike” Allen, che entrano in scena come ladri e assassini ed escono come martiri ed eroi e, nel mezzo, rivelano il loro cuore tenero prendendosi cura di una ragazza rimasta orfana. Il terzetto è costruito efficacemente per contrasti: dei tre, solo Stanley ha la fisionomia del bandito vero e proprio, robusto e dall’aria intimidatoria; gli altri due invece, coi loro lazzi e battibecchi, costituiscono una tipica coppia comica. Quando Stanley proclama che devono assolutamente trovare un brav’uomo per Lee, uno dei due esclama: “Le troveremo un uomo da sposare… dovessimo sparargli!”. Esilarante la sequenza in cui i due, nella confusione di un saloon, ispezionano da cima a fondo un damerino dell’Est e poi lo pedinano passo passo con l’intenzione di obbligarlo a presentarsi come futuro marito di Lee (e invece quello alla fine scappa). I tre costituiscono, assieme ai personaggi ritratti da Harry Carey nei western precedenti (quasi tutti perduti), il prototipo fordiano (ma già delineato dai personaggi interpretati da William S. Hart) del good bad man, dell’eroe emarginato nell’ambito del rapido processo di civilizzazione dell’America:

Gli eroi occidentali di Ford, che siano fuorilegge (…) o uomini di legge (…), hanno tutti un timore reverenziale per la famiglia. Alcuni di loro cercano vendetta per l’omicidio di un membro della loro famiglia; altri sacrificano se stessi per gli orfani; i cavalieri agiscono per mantenere le pianure sicure per le proprietà dei pionieri. Tutti, in una certa misura, sono anche i solitari, gli emarginati dalla civiltà. (2)

Il vero cattivo, infatti, come spesso accade nell’orizzonte fordiano, è l’uomo di potere, qui nei panni di Layne Hunter, sceriffo di facciata, ma in realtà un criminale senza scrupoli, a sua volta a capo di una feroce banda di tagliagole che depredano e uccidono di nascosto i pionieri ad ogni occasione. Nel tratteggiare Hunter, Ford rivela perciò un’originalità e un’insofferenza verso gli stereotipi che si rivela già modernissima: nel fare di lui uno sceriffo e un uomo di bell’aspetto, nella scelta dell’abbigliamento, vistoso e tutto in bianco. In una scena Hunter minaccia un damerino che aveva osato comprare un vestito simile al suo. Il suo è un camuffamento che testimonia l’insofferenza di Ford verso la tradizionale e marcata suddivisione tra buoni e cattivi.

E poi c’è la donna del villain, la ragazza traviata da Hunter, Millie, che scopriremo poi essere la sorella di Stanley. Anche lei, come i tre banditi, riscatterà la sua “colpa” in un gesto di fatale eroismo. In una scena la vediamo costretta e a dividere il proprio spazio in una carrozza con delle prostitute: lo stesso sprezzante e riluttante comportamento che mostrerà Lucie Mallory nei confronti di Dallas in Stagecoach. Infine, il buon pastore, la cui vita è interamente dedita alla comunità nascente e che di quella comunità, tramite l’edificio che funge da chiesa, costituisce il fulcro.

Le ambientazioni sono in location reali, precisamente la vasta valle di Jackson Hole, in Wyoming, e i monti del Taton Range, in cui sia Ford che altri registi torneranno poi a girare. Il cineasta si avvalse della collaborazione, fra gli uomini della troupe, di alcuni che, da piccoli, avevano vissuto in prima persona quegli eventi, e che poterono perciò fornirgli diversi aneddoti di prima mano. Le riprese in movimento degli inseguimenti – come quella dei banditi di Hunter che assaltano il carro dei Carleton – sono realizzate in campo lungo o medio tramite panoramiche, spesso interrotte da didascalie o controcampi riservati ai tre banditi che osservano la scena. Una lunga, lenta panoramica, che nella diegesi è la soggettiva di un soldato col binocolo che scruta l’orizzonte, ci mostra la linea infinita dei carri pronti per la partenza della gara alla vigilia della data prefissata. Alle panoramiche, dopo la partenza dei carri, si aggiungono anche alcune rapide carrellate e brevi camera-car, che conferiscono maggiore dinamismo e frenesia all’azione.

Siamo già alle prove generali della celebre corsa della diligenza di tredici anni dopo, con tanto di cadute da cavallo, rovesciamenti di carri e altri prodigi degli stuntman, come la scena già citata del salvataggio in extremis del bambino: rimasto a terra dopo il rovesciamento di un carro, un bimbo siede in primo piano, di fronte alla cinepresa. Sullo sfondo, in rapido avvicinamento, un gran numero di cavalli e carri avanzano a tutta velocità. All’improvviso, una mano lo solleva e lo issa in sella, salvandolo. In questo, come in altri momenti del film, Ford mostra anche tutta la sua maestria nell’uso del montaggio per costruire la tensione, dettare il ritmo dell’azione e farvi precipitare al centro lo spettatore, secondo la lezione appresa da  Griffith. Suggestiva, da un punto di vista luministico, è la sequenza più drammatica del film, quella che precede l’assalto dei banditi alla chiesa del pastore, durante la quale Millie muore per fare da scudo a quest’ultimo. Dopo aver fatto precipitare giù da una collina dei carri incendiati per dare fuoco alla chiesa, vediamo i banditi in cima a una collina, in controluce contro il cielo ancora chiaro, immobili con le torce in mano; poi si precipitano verso il villaggio, inquadrati dall’interno buio di una casa in fiamme che fa da cornice all’immagine. E sempre le torce giocano un ruolo fondamentale nel creare un’atmosfera cupa e inquietante quando Stanley passa attraverso una folla di uomini con la sorella morta fra le braccia.

Nell’ultima parte, quella che precede il sacrificio dei tre “bad men”, si svolge tutto un siparietto di dialoghi e gesti semi-comici riguardanti l’amicizia virile, l’eroismo individuale (e la solitudine che comporta) e il dolore per il distacco, la paura della morte subito domata da un atteggiamento sbruffone ma anche coraggioso e senza compromessi per difendere un principio, una promessa fatta. Il film si conclude con l’immagine di un rigoglioso campo di grano, un Eden, in cui sorge la fattoria della giovane coppia sposata che ha già dato alla luce tre bambini, battezzati con i nomi dei tre banditi. E se Dan e Lee rappresentano il presente e il futuro della nazione, il sogno americano incarnato nei suoi due pilastri che sono la Famiglia e la Terra (promessa), i tre banditi rappresentano invece il passato, destinato a scomparire, a scolorire sempre più nel Mito. Si tratta qui di un passaggio di consegne più dolce che traumatico, di una visione tutto sommato ottimistica, per quanto malinconica, nella quale i tre possono cavalcare come fantasmi o spiriti verso l’orizzonte, consci e fieri di aver compiuto il loro dovere ed essersi pienamente riscattati dal loro passato da criminali, forse già assolti e risorti, come i due ladroni sulla croce, nella mente del cattolico Ford: “si vedono le silhouette dei tre cavalcare e sparire all’orizzonte mentre protendono le braccia in una raffigurazione stilizzata della crocefissione” (3).

La visione si farà molto più amara, per non dire tragica, nel finale di quel capolavoro fordiano di oltre trent’anni dopo che è The Man Who Shot Liberty Valance (L’uomo che uccise Liberty Valance, 1962): dopo il suo sacrificio in nome della civilizzazione e di una nuova era, di Tom Doniphon (John Wayne) non rimarrà che l’immagine spoglia di un cadavere in una bara, senza stivali e senza fucile, senza neanche l’onore al merito per aver eliminato il bandito del titolo e aver favorito l’ascesa dell’avvocato e futuro senatore Stoddard (James Stewart), l’uomo della civiltà e del futuro.

Vittorio Renzi


(1) Peter Bogdanovich, Il cinema secondo John Ford, Parma, Pratiche, 1990, p. 36.
(2) Joseph McBride, Michael Wilmington, John Ford, New York, Da Capo Press, 1975, p. 151. [traduzione mia]
(3) Franco Ferrini, John Ford, Milano, Il Castoro, 1975, p. 33.

Questa presentazione richiede JavaScript.

3 Bad Men (I tre furfanti)

Usa, 1926

regia: John Ford

soggetto: romanzo di Herman Whitaker Over the Border

sceneggiatura: John Stone, John Ford;
Ralph Spence, Malcolm Stuart Boylan (didascalie).

fotografia: George Schneiderman

musica: Dana Kaproff [2007]

costumi: Sam Benson

produzione: John Ford, per Fox

cast: George O’Brien, Olive Borden, Tom Santschi, J. Farrell MacDonald,
Frank Campeau, Lou Tellegen, George Harris, Jay Hunt, Priscilla Bonner,
Otis Harlan, Walter Perry, Phyllis Haver, Alec Francis, Grace Gordon,
George Irving, Bud Osborne

lunghezza: 9 rulli, 8.710 piedi / 2.655 metri

durata: 92’

data di uscita: 28 agosto 1926

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.