The Pilgrim (Il pellegrino, 1923)

Charles Chaplin

the pilgrim 1

Un evaso è fuggito. Sul manifesto, in cui si offrono mille dollari per la cattura, si legge una sua sommaria descrizione fisica: “è estremamente nervoso e cammina con i piedi all’infuori”. L’omino interpretato da Chaplin ruba i vestiti a un prete che si sta facendo il bagno in un fiume. A partire da quel momento compare dunque in abito da prete e, al posto della classica bombetta, indossa un cappello a tesa larga. Ma se l’abbigliamento cambia, il personaggio del Vagabondo nella sostanza rimane lo stesso, e lo sarà ancora per qualche tempo. The Pilgrim, in quattro bobine, è l’ultimo dei mediometraggi di Chaplin, nonché l’ultimo film comico in cui compare quella che, fino a quel momento, era stata la sua prima attrice fissa, Edna Purviance: alla fine dello stesso anno Chaplin la dirigerà nel film che avrebbe dovuto tramutarla in una vera e propria star, A Woman of Paris (La donna di Parigi, 1923), ma purtroppo ciò non accadde.

In linea generale, si può notare che, pur contenendo moltissime trovate, il respiro del film è più calmo, controllato: “Chaplin si stava distaccando dai suoi precedenti metodi di improvvisazione durante le riprese, per orientarsi verso un genere di ferrea progettazione”. (1) Il regista-attore si  prende i suoi tempi e le gag, soprattutto nella seconda parte, sono più elaborate e concatenate fra loro, dando vita a una vivace commedia degli equivoci. Inizialmente doveva trattarsi di un western comico, ma poi del western è rimasta soltanto l’ambientazione. Quello dell’evaso è un personaggio che Chaplin aveva già interpretato, in particolare nel memorabile, ultimo film diretto per la Mutual, The Adventurer (L’evaso, 1917)

Mentre l’evaso aspetta il treno, una coppia di fidanzati vuole chiedergli di officiare il loro matrimonio ma lui, credendosi riconosciuto, fugge a gambe levate. Un uomo anziano, il padre della fidanzata, insegue il fidanzato e l’omino, preso nel mezzo, corre da una parte all’altra. Quando un poliziotto lo vede e inizia a fissarlo, l’omino finge di fare ginnastica. Alla stazione sceglie una destinazione a caso, compra il biglietto, ma poi, per abitudine, si sistema sotto al treno, come un clandestino. Il capotreno lo scopre e lo fa accomodare in carrozza. Sul treno vede la sua foto su un giornale che sta leggendo il suo corpulento vicino di posto con una stella sul petto e, per la sorpresa, l’omino gli sputa addosso il boccone che stava mangiando, poi cerca di fuggire dal treno, ma ad attenderlo trova un altro sceriffo. Rassegnato, porge le mani per farsi ammanettare, ma l’uomo di legge gliele stringe, credendolo il reverendo Pim.

Segue una gag metalinguistica: mentre il vagabondo e un grosso diacono dall’aria seria e triste (interpretato da Mack Swain, il suo vecchio datore di lavoro alla Keystone) si avviano verso la chiesa, un bambino entra in campo mangiando una banana mentre la cinepresa pedina il vagabondo impostore e l’uomo che lo sta conducendo in chiesa. Il bambino guarda in macchina, come se, non facendo parte del film – e provocando dunque “uno strappo nel tessuto della finzione” (2) – la vedesse e ne fosse incuriosito. Ma subito dopo, il bambino oltrepassa i due uomini e lascia scivolare in terra la buccia di banana sulla quale, ovviamente, i due scivolano cadendo rovinosamente a terra. Ovvero: come rivitalizzare una vecchia gag conferendole il sapore di una svagata improvvisazione.

E arriviamo al momento in cui l’impostore si trova a dover celebrare la messa. Questa gag si basa inizialmente sull’accostamento/scontro di due spazi fra loro inconciliabili: quello reale della chiesa e quello percepito dal vagabondo che è il tribunale, che lui conosce sicuramente meglio, abituato com’è a una vita di espedienti. Infatti, non appena entra in chiesa e conta gli astanti compare in sovrimpressione il numero 12 (che è il numero dei membri di una giuria nel tribunale americano). Il diacono che lo ha accompagnato lì gli porge una Bibbia: senza pensarci due volte, l’omino la prende e fa per giurarci sopra, come un testimone interpellato a un processo. Dopo il canto dell’Inno 23, finalmente l’omino sembra entrare nella parte, soprattutto quando si tratta di mandare un bambino in giro per le file dei banchi a raccogliere le elemosine: lo dirige da lontano con fare sicuro e meticoloso, affinché raccolga più monete possibili. E’ talmente a suo agio ora che sta per accendersi una sigaretta. Arriva il momento del sermone, che è incentrato sulla storia di David e Golia. Ancora una volta, l’omino riesce a entrare nella parte di chi è abituato, suo malgrado, a recitare per sopravvivere. La sua illustrazione a gesti del noto racconto biblico è uno degli esempi più alti dell’arte mimica di Chaplin.

Finalmente l’omino viene condotto nella casa in cui era atteso, dove lo aspetta una bella fanciulla, interpretata da Edna Purviance. Ecco di nuovo un bambino: dopo il monello adorabile dell’omonimo film del 1921, qui l’omino ha a che fare con un vero monellaccio impertinente e manesco che non esita a prendere a schiaffi in faccia e poi a pungere con uno spillone sia l’omino che un altro distinto signore (interpretato da Sydney Chaplin), mentre sono seduti in sala da pranzo. Di questa sequenza Chaplin ha conservato nel corpo del film altri due “strappi”, in questo caso si tratta però della coda di due inquadrature, che normalmente viene tagliata in sede di montaggio: nella prima al bambino, cade il cappello e si china a raccoglierlo interrompendo la sua performance. Nella seconda, che avviene poco dopo, quando Chaplin fa finalmente ruzzolare in terra il monello con uno dei suoi memorabili calcetti all’indietro, il bambino guarda in macchina e ride divertito.

Dopo una scenetta romantico-comica con Edna in cucina, a base di frasi sdolcinate e, per contrasto, mattarelli che gli cadono in testa e scottature sui fornelli, arriva il “piatto forte” del film, ovvero la scena del budino al cioccolato. Mentre l’omino e la fanciulla sono impegnati nel loro dialogo amoroso, il monello appone un cappello, di identica forma e colore del budino, sopra al medesimo e poi esce dalla cucina. Senza accorgersene, l’omino si mette a guarnire il cappello-budino con crema e guarnizioni, ma non riesce poi a piantarci su la bandierina perché rimbalza via. Nel frattempo, il signore distinto di prima cerca il suo cappello per tutta casa. Il budino viene servito a tavola, ma l’omino non riesce a tagliarlo. Dopo innumerevoli tentativi, sotto lo sguardo perplesso di tutti, finalmente si scopre che sopra al budino, tutto cosparso di creme c’è il cappello: la sorpresa e la costernazione sono sul volto di tutti e le loro espressioni attonite sono impagabili. E il monello che lecca la crema dal cappello dell’uomo è, per così dire, la goccia finale.

Entra poi in scena una vecchia conoscenza del vagabondo, un ex carcerato dall’aria molto poco raccomandabile. L’omaccione, dopo essersi presentato come un amico del nostro, senza nessuno scrupolo ne approfitta per cercare di rubare in casa. Il vagabondo non può rivelare la vera identità dell’uomo senza tradire se stesso. Ha inizio perciò una battaglia tra i due durante la quale l’uomo tenta di rubare dei soldi da un cassetto e l’omino li rimette al suo posto, cui seguono vari inseguimenti dal piano terra al piano di sopra, in piena notte, ognuno con una candela in mano (della cui fiamma, all’occorrenza, ci si serve per sbarazzarsi dell’avversario bruciandogli in didietro). Questa dinamica di base genera poi tutta una serie di gag fisiche e dinamiche in puro stile slapstick, ovviamente portato a un livello superiore grazia alla consumata abilità chapliniana nel gestire corpi, gesti e spazi.

Alla fine, dopo essere stato smascherato, l’omino viene arrestato, ma lo sceriffo, che è un uomo di buon cuore, lo porta al confine del Messico per lasciarlo fuggire. L’omino però non vuole espatriare: il suo cuore oramai appartiene alla ragazza del villaggio. Lo sceriffo è costretto a prenderlo a calci per fargli letteralmente oltrepassare il confine. Ma l’apparizione improvvisa di alcuni banditi messicani che sparano all’impazzata lo costringono a tornare nuovamente indietro. Dovendo quindi al contempo obbedire allo sceriffo e tenersi alla larga dai banditi, l’omino non trova che un solo modo per gestire quella paradossale situazione, ovvero camminare indietro fino al villaggio tenendo un piede al di qua e l’altro al di là del confine!

La canzone “I’m Bound for Texas” fu scritta e musicata da Chaplin nel 1959, quando decise di rieditare questo e altri due suoi film di quel periodo: A Dog’s Life (Vita da cani, 1918), Shoulder’s Arms (Charlot soldato, 1918), dando vita a una sorta di antologia dal titolo “The Chaplin Revue”.

Vittorio Renzi  (9 marzo 2017)


(1) David Robinson, Chaplin. La vita e l’arte, Venezia, Marsilio, 1986, p. 338.
(2) Francesco Casetti, Dentro lo sguardo. Il film e il suo spettatore, Milano, Bompiani, 1986, p. 26.

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The Pilgrim (Il pellegrino)

Usa, 1923

regia, sceneggiatura, montaggio e musica: Charles Chaplin

fotografia: Roland Totheroh

scenografia: Charles D. Hall

produzione: Charles Chaplin, per Charles Chaplin Productions, First National.

lunghezza: 4 rulli, 3.647 piedi

durata:  40’/47’

cast: Charles Chaplin, Edna Purviance, Kitty Bradbury, Mack Swain,
Loyal Underwood, Charles Riesner, Dinky Riesner, Sydney Chaplin,
May Wells, Henry Bergman, Tom Murray

première: New York, 26 febbraio 1923

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