Safety Last (Preferisco l’ascensore!, 1923)

Fred C. Newmeyer e Sam Taylor

safety last 1

SINOSSI: Harold (Harold Lloyd) va in città per farsi una posizione e potersi così sposare con la sua fidanzata, Mildred. Ma tutto ciò che riesce a trovare è un impiego come commesso in un negozio di stoffe e vestiti. Quando però Mildred (Mildred Davis) lo raggiunge per fargli una sorpresa, Harold le fa credere di esserne il direttore, con grande sgomento dei suoi colleghi. Nel frattempo, il vero direttore sta cercando una trovata pubblicitaria che attiri molti clienti e per la quale è disposto a pagare una bella cifra. Harold pensa allora al suo amico e coinquilino, Limpy Bill (Bill Strothers), che è in grado di arrampicarsi su per la facciata di un edificio e decide di organizzare un’esibizione di quel tipo per attirare pubblico. Propone l’affare a Bill, che accetta: Harold inizierà la scalata e lui poi lo sostituirà di nascosto al primo piano. Ma, al dunque, braccato da un poliziotto, Bill non riesce a dare il cambio a Harold che si trova così a dover scalare di persona l’intero edificio. Dopo mille ostacoli, giunto per miracolo sul tetto, troverà ad attenderlo la sua amata.

Se c’è una caratteristica che sembra accomunare tre comici molto diversi come Charlie Chaplin, Buster Keaton e Harold Lloyd è la prontezza fisica con cui essi ribaltano ogni situazione a loro vantaggio. Ma ciò che senza dubbio differenzia Lloyd dagli altri due è il fatto che per Chaplin e Keaton si tratta spesso di una strategia molto affinata di sopravvivenza, essendo i loro personaggi il più delle volte degli spiantati o dei disadattati. Ed è con tale prontezza di riflessi, quasi meccanicistica, con cui essi ribaltano la cattiva sorte in una sorte, se non buona, senz’altro migliore.

Ma il personaggio di Harold Lloyd, così com’è andato sviluppandosi non appena all’attore fu concessa una certa libertà creativa, è caratterizzato invece da un fondamentale ottimismo, che si accompagna all’arrivismo dell’uomo comune, del piccolo-borghese. Harold non è un vagabondo né un essere stralunato che sembra atterrato per caso da un altro pianeta: è invece il tipico ragazzo della porta accanto, che ha dei sogni, degli obiettivi e che è disposto a lottare per realizzarli. Ecco dunque che la particolare comicità di Lloyd sembra scaturire più da una prontezza di spirito, che di soli riflessi, dal momento che ogni fibra del corpo e della mente del personaggio-Harold è proiettata verso il raggiungimento di questi obiettivi. E’, in sostanza, una raffigurazione ironica (ma tutt’altro che denigratoria) del mito del sogno americano e del self-made man, perlomeno nell’atto del suo “farsi”.

Racconta Harold Lloyd che un giorno stava camminando per la Settima Strada, a Los Angeles, quando vide un tizio arrampicarsi su per un grattacielo. Era un certo Bill Strothers. Dopo l’esibizione, Lloyd andò da lui e gli offrì di lavorare al suo prossimo film. Quell’episodio gli fece venire così l’idea dell’episodio culminante di Safety Last, in cui Lloyd si esibisce in una brillante dimostrazione di quello che oggi si chiamerebbe free climbing e che probabilmente rimane la macrosequenza più celebre della sua intera, foltissima carriera. Ma nonostante questo, il resto del film, lungi dall’essere poco più di un pretesto, è invece un fuoco di fila di gag esilaranti.

Si comincia sin dalla prima inquadratura, in cui il volto di Harold compare, cupo, dietro a delle sbarre, mentre dietro di lui, in secondo piano, campeggia minaccioso un patibolo con un cappio. A sottolineare la tragicità della situazione, una lugubre didascalia che informa lo spettatore che Harold si sta preparando per un “lungo viaggio”. La macchina da presa arretra un poco ed entrano in campo, al di qua delle sbarre, una donna e una ragazza che, con grande tristezza, si accomiatano dal giovanotto, mentre un uomo in divisa gli si avvicina e gli dice che è ora di andare. Sopraggiunge anche un prete, che gli stringe la mano. Ma ecco che un cambio di inquadratura di 180 gradi ci svela che ci troviamo in una stazione, che l’uomo in divisa è un impiegato delle ferrovie, il cappio è una sorta di segnale appeso a un palo per il macchinista e che il prete è un membro della comunità di Great Bend venuto a salutare il giovane in partenza per la grande città. Abbiamo dunque una gag costruita visivamente a mo’ di trompe l’oeuil, per così dire, su un genere cinematografico ben lontano dal film comico, quale il genere drammatico, nella sua variante di film carcerario.

Subito dopo partono due gag basate invece su quella che è una tipica caratteristica del genere comico, ovvero la distrazione: Harold, dopo un ultimo saluto, afferra quella che crede essere la sua valigia e corre verso il treno. Una signora nera lo insegue: ha preso la sua cesta porta-bebè con un neonato dentro! Harold si scusa, prende la sua valigia, e correndo verso il treno si volta ancora a salutare i suoi cari, ma il treno parte e al suo posto sopraggiunge una carrozza che va verso un’altra direzione: Harold, senza guardare vi sale sopra. Poi, resosi conto dell’errore, scende al volo e corre a prendere il treno. Si arriva poi a quella che è, secondo me, la gag più geniale di tutta la prima parte del film: Harold e Bill sono in casa e stanno parlando fra loro, quando sentono che sta per entrare la padrona di casa. I due, ovviamente in ritardo con l’affitto, per non farsi vedere, si dirigono verso l’attaccapanni e, dopo essersi infilati rapidamente i loro cappotti, vi si appendono, scomparendo alla vista. La padrona entra, si guarda in giro e, non trovando nessuno, va via scocciatissima. La naturalezza con cui Harold scende dal nascondiglio, avvisando l’amico, suggerisce la frequenza con cui i due ricorrono a simili espedienti per eludere la donna.

Successivamente, dopo i tentativi esilaranti di salire su un tram iper affollato, o su un qualsiasi altro mezzo a disposizione per raggiungere il luogo di lavoro (a un certo punto il nostro finge un malore per farsi trasportare da un’autoambulanza), e dopo essersi fatto spacciare per un manichino in modo da evitare di farsi rimproverare per il ritardo, Harold si ritrova finalmente al suo posto di commesso al DeVore Department Store. E lì inizia una vera e propria guerra di sopravvivenza con un esercito di clienti femminili agguerritissime, una lunga sequenza in cui la fervida fantasia di Lloyd e dei suoi coautori di gag (pagati apposta per idearle) si scatena con tutte le opportunità a disposizione. Scena che culmina in una trovata degna del Chaplin più cattivello: Lloyd che, spettinato, si pettina i capelli specchiandosi sul cranio lucido di un cliente chino sul banco degli acquisti, inquadratura risolta con una sovrimpressione del volto di Lloyd sul primissimo piano del cranio dell’uomo. Durante la pausa pranzo, Harold si ricongiunge col suo amico Bill, che fa l’operaio edile, e i due si ritrovano a provocare le ire di un poliziotto loro compaesano: da qui una serie di burle e inseguimenti dal sapore più classico, in stile Keystone, che ritroveremo anche, poco più avanti, quando Harold tenta di distrarre il poliziotto per poter iniziare l’arrampicata. Insieme al poliziotto, quello dell’ubriacone è un altro personaggio classico, non particolarmente innovativo, ma piuttosto divertente e funzionale all’intreccio, in quanto sarà lui a depistare il poliziotto prendendolo a calci nel sedere (ovviamente manipolato da Harold).

Non appena sopraggiunge Mildred, Harold si finge manager del negozio innescando tutta una serie di equivoci sia con i colleghi che con la ragazza che lo spingono tra l’incudine e il martello. Fino a trovarsi a impartire ordini direttamente dall’ufficio del general manager, in una gara contro il tempo per non essere scoperto e rischiando il posto ad ogni istante. In Safety Last la comicità si accompagna dunque sempre a un crescente livello di tensione e persino di suspense: riuscirà il nostro eroe a non farsi scoprire dalla sua ragazza? Riuscirà a non farsi licenziare?

Il picco della tensione viene raggiunto naturalmente nell’ultimo terzo del film, quello dell’”idea pubblicitaria da mille dollari”: la scalata dei dodici piani del Bolton Building, dove si trova il negozio in cui lavora Harold. La lunga sequenza (oltre dieci minuti) è giocata qui su due diversi piani, in ognuno dei quali interviene un ostacolo che sembra  insormontabile, quasi un videogioco ante litteram. A un primo livello, abbiamo la questione della sostituzione di Harold da parte di Bill, che dovrebbe avvenire a partire dal secondo piano dell’edificio. Ma dal momento che Bill è inseguito dal poliziotto, questa sostituzione è continuamente rimandata, da un piano all’altro. Senonché, al raggiungimento di ogni piano, Harold si trova ad affrontare vari ostacoli che rischiano di farlo precipitare: prima i piccioni, poi una rete, poi la trave di un operaio e infine l’orologio, cui resta appeso nella scena più famosa del film (nonché una delle più iconiche di tutto il cinema muto). Harold che afferra una corda che non è fissata. Il suo piede che rimane incastrato. Il cane che gli impedisce di entrare da una finestra. Il topo che gli si infila nei pantaloni e lo fa scatenare in una sorta di balletto da tarantolato. Infine, l’uomo che posa per un ritratto, pistola alla mano, e nel mentre il flash della macchina simula lo sparo. Questo dà lo sprint finale a Harold per completare la salita. Ma ad attenderlo c’è una sorta di antenna rotante che rischia di metterlo K.O. e lo fa dondolare vertiginosamente giù dall’edificio con un piede appeso a una corda, fino a farlo ritrovare fra le braccia della sua amata, sul tetto.

Proprio come Buster Keaton, Harold Lloyd faceva da sé molte delle acrobazie dei suoi film, e c’è da considerare che all’epoca non si usavano ancora trucchi cinematografici come la retroproiezione e il traveling matte (che consentiva di unire due immagini, ad esempio una figura in primo piano e uno sfondo filmato altrove), che saranno comunque introdotti prima della fine dell’era del muto: “In quell’epoca, qualunque cosa vedevi sullo schermo, era stata realizzata, dallo stesso attore o da uno stunt al suo posto”. (1)

Di conseguenza, quando vediamo Lloyd appeso ai cornicioni o alle lancette dell’orologio, stiamo vedendo una cosa reale. Anche se, naturalmente, in certi casi erano state costruite delle finte sezioni dell’edificio oppure delle piattaforme di legno con dei materassi, più in basso, che però non garantivano una sufficiente sicurezza in caso di cadute. Oltre a ciò, è notevole il fatto che egli riuscisse a cavarsela senza il pollice e l’indice della mano destra, che gli erano saltati via durante un’esplosione su un set fotografico nel 1919. Quando invece l’arrampicata ci è mostrata in campo lungo e non è visibile il volto dell’attore, allora si tratta di Bill Strothers, che del resto era stato assunto proprio per questo. Fu poi chiamato un artista circense per quell’unica scena, quasi alla fine, in cui Harold penzola dal grattacielo con un piede infilato nella corda.

I nomi dei due registi, Fred C. Newmeyer e Sam Taylor, sono conosciuti quasi esclusivamente per la loro collaborazione con Harold Lloyd, che per tutti gli anni Venti utilizzò ora l’uno ora l’altro o spesso entrambi, come in questo caso. Harold Lloyd e Mildred Davis lavoravano insieme dal 1919 e avevano una relazione. Un paio di mesi prima dell’uscita di Safety Last, i due si sposarono e furono una delle poche coppie durature di Hollywood, anche se i problemi fra loro non mancavano, fra cui l’alcolismo della Davis.

Vittorio Renzi  (11 aprile 2016)


(1) Kevin Brownlow, The Parade’s Gone by…, Berkeley and Los Angeles, University of California Press, 1968, p. 314 (traduzione mia)

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Safety Last (Preferisco l’ascensore!)

Usa, 1923

regia: Fred Newmeyer e Sam Taylor

sceneggiatura: Hal Roach, Sam Taylor, Tim Whelan [e Harold Lloyd]

fotografia: Walter Lundin

montaggio: Thomas J. Crizer.

scenografia: Fred L. Guiol

produzione: Hal Roach, per Hal Roach Studios

cast: Harold Lloyd, Mildred Davis, Bill Strother, Noah Young,
Westcott B. Clarke, Mickey Daniels, Anna Townsend , Ray Erlenborn

lunghezza: 7 rulli, 6.300 piedi

durata:  70’

première: 1 aprile 1923

safety last poster

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