The Pleasure Garden (Il labirinto delle passioni, 1925)

Alfred Hitchcock

The Pleasure Garden 1

SINOSSI: Patsy Brand (Virginia Valli) è una ballerina del music hall londinese Pleasure Garden. Un giorno arriva Jill Cheyne (Carmelita Geraghty) in cerca di lavoro, ma viene derubata all’entrata del teatro. Patsy allora decide di ospitarla nella sua stanza e di aiutarla a fare un provino presso l’impresario del music hall. Rimasto entusiasta della sua performance, questi la assume e la ragazza, in breve tempo, diventa ballerina di prima fila. Nel frattempo, Patsy conosce e sposa Levett (Miles Mander), collega e amico di Hugh (John Stuart), il fidanzato di Jill, un ragazzo leale e gentile. In viaggio di nozze, però, Levett si rivela un uomo molto diverso da come lo aveva immaginato: piuttosto freddo e superficiale, poco interessato alle sue esigenze. Quando i due uomini partono per le colonie inglesi ai tropici, Jill si dà alla pazzia gioia e tradisce ripetutamente il fidanzato, mentre Patsy, venuta a sapere che suo marito è malato, si precipita ai Tropici dove scopre che ha una storia con una donna indigena (Nita Naldi), nel bungalow in cui risiede. Reso furioso dall’alcool, Levett uccide prima l’indigena e poi, tormentato dal rimorso e dal delirio, tenta di uccidere anche Patsy, ma è lui a morire a causa dell’intervento di un altro inglese accorso sul luogo. Hugh, appresa la cattiva condotta della fidanzata, decide di lasciarla e di sposare l’ormai vedova Patsy.

Alfred Hitchcock iniziò la sua carriera cinematografica come titolista, poi come assistente regista del produttore Michael Balcon, della Gainsborough Pictures, una casa specializzata in melodrammi. Sarà lui a produrre i primi film del futuro maestro del brivido. Dopo un lungometraggio mai completato nel 1922 (Number Thirteen, probabilmente un titolo di lavorazione) e un altro l’anno seguente, del quale è sopravvissuto solo un rullo (Always Tell Your Wife, del 1923), Balcon finalmente propone al ventiseienne Hitchcock di girare il suo primo vero film di esordio: The Pleasure Garden. Si trattava dell’adattamento di un romanzo di successo di Oliver Sandys, pseudonimo di Marguerite Florence Barclay, ed era una coproduzione inglese-tedesca, anche se buona parte del cast era americano. Accompagnato dalla moglie Alma Reville, in veste di assistente alla regia e segretaria di edizione, e dal direttore della fotografia, il barone Giovanni Ventimiglia, Hitchcock si recò agli studi Emelka, di Monaco, dove sarebbe stato girato quasi tutto il film, con puntate in esterni al porto di Genova, a Sanremo e nel borgo di Coatesa sul Lario, sul lago di Como.

La prima inquadratura mostra un gruppo di ballerine che scendono giù da una scala a chiocciola. Una spirale, 33 anni prima di Vertigo (La donna che visse due volte, 1958). Una carrellata sul pubblico che assiste allo spettacolo. Un uomo si infila il suo monocolo e d’improvviso l’immagine delle ballerine danzanti ci appare sfocata; poco dopo afferra un binocolo e il regista ci mostra un bel primo piano delle gambe delle ragazze. E, ancora: la protagonista, Patsy, ha una parrucca bionda. Soltanto dopo aver ricevuto un complimento untuoso da un ammiratore, che vuole accarezzare i suoi capelli biondi, si toglie la parrucca e vediamo che è castana. E l’impresario, il signor Hamilton (Georg H. Schnell), fuma un sigaro davanti a un cartello che riporta “vietato fumare”. La visione, il voyeurismo, il qui pro quo, l’umorismo. Tutti questi elementi, che saranno poi centrali in molti dei film di Hitchcock, sono dunque già presenti nei primi minuti nel suo film d’esordio. Ci appare invece più convenzionale, forse imposta, l’attenzione mostrata verso il cagnolino di Patsy, quello che “sceglie” per lei i fidanzati, in qualche modo, o quantomeno parrebbe capirne al volo la vera natura; cagnolino a cui è dedicata l’ultima, buffa inquadratura di un happy ending che più melenso non si può. Alcune di queste scene dovrebbero essere lacrimose, ma Hitchcock fa di tutto per renderle ironiche e leggere. Altrove, sa dare tocchi di una raffinatezza unica, per delineare i caratteri dei suoi personaggi, come quando Levett, dopo la prima notte di nozze, dà un morso alla mela e poi la getta via. Rende così immediatamente chiara la poca considerazione che ha di Patsy; e più tardi, sulla riva del lago di Como, mentre lei cerca di condividere quella bellezza, tutto ciò che lui riesce a fare è sbadigliare. Patsy, al contrario, è una donna sensibile e ingenua. Al porto, mentre il marito è in partenza sulla nave per i tropici, lei è lì sulla banchina, in mezzo alle altre persone coi volti rivolti all’insù verso il ponte della nave. Patsy invece solleva un braccio con un fazzoletto bianco, ma, nel contempo, china tristemente la testa, fino a che il cappellino le nasconde quasi completamente il viso.

Ad ogni modo, lungo l’arco di questo melodramma piuttosto mediocre, in cui Hitchcock ha cercato di dare il meglio di sé, troviamo anche dei momenti che gli furono congeniali. In particolare, le scene di seduzione e le scene di omicidio che, come disse una volta Truffaut in televisione, con l’acume che gli era proprio, sono girate da Hitchcock in modo contrapposto: “In America, avete rispetto per lui perché gira scene d’amore come fossero scene di omicidio; noi lo rispettiamo perché gira scene di omicidio come fossero d’amore”. Verissimo. Ed era vero già nel 1925. In una scena vediamo la vanesia e superficiale Jill seduta su un sofà che fuma da un bocchino; alle sue spalle, un sedicente principe cerca di sedurla, da dietro le mette le mani intorno al collo, come per strangolarla, e invece le solleva il mento per baciarla. Lei lo lascia fare, guardandolo di sotto in su, ma solo perché può tranquillamente tenerlo a distanza con la lunga sigaretta; subito dopo lui ci riprova e stavolta si china sul braccio di lei, cominciando a baciarlo. Con uno scatto improvviso, la donna volta la testa e la cenere della sigaretta gli brucia una tempia. C’è erotismo, c’è controllo (da parte della donna), ma c’è anche una possibilità diversa, una possibilità omicida da parte dell’uomo, all’inizio della sequenza; e poi c’è un’”arma”, ovvero la sigaretta, adoperata come un tizzone, o un coltello. Jill la usa soltanto per dire all’uomo di stare al suo posto, ma è comunque un atto violento, di sopraffazione e controllo. O, se si vuole, un riequilibrio di poteri.

Infine, ecco il primo omicidio del cinema di Hitchcock! E com’è filmato? Proprio come una scena d’amore. La ragazza indigena (interpretata dalla femme fatale newyorchese Nita Naldi, qui in versione esotica) s’immerge in mare. Levett, ubriaco fradicio dall’alcool, la insegue. Lei avanza fra le onde, poi si gira, gli tende una mano sorridendo, credendo che lui voglia fare il bagno con lei. Lui la raggiunge, le mette una mano sulla testa, come per una carezza, e invece la spinge sott’acqua con violenza, fino ad annegarla. L’esito ultimo dell’omicidio avviene fuori campo, ma gli effetti si leggono distintamente sul viso di Levett. Un omicidio oltretutto inutile, nell’economia della storia, dal momento che la moglie, dopo averlo sorpreso con la ragazza, lo ha già lasciato e lui sa che non potrà riaverla. Un omicidio che sa di disperazione e auto-annichilimento, di consunzione. Che Levett sia ormai “malato” è la stessa Patsy a dirlo, mentre si allontana dal bungalow, a un uomo che incontra lungo la via (lo stesso che poi sparerà a Levett, salvandole la vita). I rimorsi lo dilaniano, la pazzia si fa strada in lui, fino alla visione (in sovrimpressione, un tocco gotico in piena ambientazione tropicale!) del fantasma della donna che lo spinge a uccidere anche sua moglie, Patsy. Tenterà di riaverla con la violenza, la sopraffazione. Non riuscendoci, spinto dal “fantasma”, afferra una sciabola e si prepara ad uccidere anche lei, ma viene fermato. Omicidio, delirio, ossessione. E, ancora, un tentato omicidio che finisce con la morte dell’omicida. Certo, forse è ormai tardi per rendere interessante un film che è giunto alle sue ultime immagini, ma risolleva comunque l’attenzione assopita dello spettatore che, col senno di poi, riconosce finalmente un barlume di quello che sarà il “tocco” cinema del maestro inglese.

Il film successivo, stando a quanto raccontò Hitchcock a Truffaut, fu un’esperienza ancora peggiore, ma non ci è dato verificarlo, dal momento che, ad oggi, è considerato perduto. Si intitolava The Mountain Eagle (1926), con Bernard Goetzke e Nita Naldi. Eccone la trama: “E’ la storia del direttore di un negozio che perseguita cone le sue attenzioni la giovane maestra innocente; questa si rifugia in montagna sotto la protezione di un eremita che finisce per sposare” (1).

The Pleasure Garden è stato restaurato nel 2012 dal BFI a partire da diverse copie rinvenute negli archivi europei e degli Stati Uniti, il che ha permesso non solo il reintegro di quasi tutto il metraggio fino ad allora mancante, ma anche di migliorare notevolmente l’immagine.

Vittorio Renzi  (25 novembre 2015)


François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Parma, Pratiche  1977, p. 37.

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The Pleasure Garden (Il giardino del piacere)

[a.k.a. Il labirinto delle passioni]

GB/Germania, 1925

regia: Alfred Hitchcok

soggetto: romanzo omonimo di Oliver Sandys

sceneggiatura: Eliot Stannard

fotografia: Giovanni Ventimiglia

scenografia: C.W. Arnold e Ludwig Reiber

assistente regia: Alma Reville

produzione: Michael Balcon e Erich Pommer,
per Gainsborough Pictures, Münchner Lichtspielkunst (Emelka)

cast: Virginia Valli, Carmelita Geraghty, Miles Mander, John Stuart,
Frederic K. Martini, Florence Helminger, George Snell, C. Falkenburg

lunghezza: 7 rulli, 2.076 metri

durata:  92

première: 3 novembre 1925, Monaco; 1 marzo 1926, Londra

The Pleasure Garden poster

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