Konec Sankt-Peterburga (La fine di San Pietroburgo, 1927)

Vsevolod I. Pudovkin

Konec Sankt-Peterburga 1

SINOSSI: Spinto dalla fame, un giovane contadino di Novgorod (Ivan Chuvelyov) cerca lavoro alle officine Lebedev di San Pietroburgo dove è in corso uno sciopero contro l’aumento dei ritmi di lavoro. Pur di ottenerlo, non esita a fare il crumiro e a denunciare uno dei capi della protesta. Ma ad andarci di mezzo è anche un suo compaesano. Preso dal rimorso, il giovane affronta il direttore della fabbrica, chiedendo la scarcerazione dei compagni, ma, dopo essere stato pestato brutalmente dalla polizia, finisce anche lui in prigione. Ottiene la liberazione in cambio dell’arruolamento nell’esercito. Durante la Prima guerra mondiale partecipa all’assalto al Palazzo d’Inverno, rimanendo gravemente ferito, ma riscattandosi di fronte al compagno tradito e a sua moglie (Vera Baranovskaja).

Nel suo secondo lungometraggio, Pudovkin affina ulteriormente la concezione epico-umanistica della messa in scena e le valenze ritmico-musicali, oltre che metaforiche, del montaggio. San Pietroburgo, ancora città dello zar Nicola II Romanov, è un’iperbole di verticalità, rappresentazione visiva di un potere in tutto e per tutto superiore al popolo, distante e “altro” da esso. Quando il giovane contadino senza nome (come i personaggi di Eisenstein del periodo muto), accompagnato dalla madre, arriva in città per cercare lavoro, i due vengono inquadrati dall’alto e queste riprese sono, a tutti gli effetti, soggettive o semi-soggettive, delle statue e dei palazzi che li dominano e li misurano in silenzioso disprezzo, dalle statue equestri (fra cui quella celebre di Nicola I), alle guglie, alle sculture e alla monumentale cupola della Cattedrale di Sant’Isacco. I due si muovono come formiche, attraversando la città per strade vuote e deserte. Gli uomini sono tutti in fabbrica, la giornata di lavoro sta per essere allungata, poiché la Borsa detta legge, il guadagno non basta mai e la produttività va aumentata. E quelle colonne che “ondeggiano”, per sovrimpressione, sembrano parlare della vertigine e dello spaesamento che colgono i due visitatori appena giunti in cerca di un aiuto che non troveranno.

L’acqua, che in Mat (La madre, 1926) era elemento guida e rappresentazione simbolica della rivolta popolare, qui rimane placida, si limita a riflettere il narcisismo degli edifici del potere, quieta e assoggettata, laddove lì era spumeggiante e indomita. Così come tornano anche in questo film, come immagini leitmotiv, i battaglioni di nuvole, a significare l’addensarsi di un cambiamento storico epocale. Intanto, al palazzo del governo, ancora per poco sede del governo zarista, le persone non vengono nemmeno inquadrate: solo corpi in piedi, racchiusi nelle loro eleganti uniformi, o seduti su sedie d’oro, in abiti eleganti, e poi una mano dall’indice puntato che impartisce ordini. E’ come se, per Pudovkin, qui non ci fossero facce da mostrare, perché qui l’umanità si è persa, troppo lontana, troppo in alto per assomigliare ai loro simili che lottano fra povertà, vessazioni e miserie.

In un contesto ancora più allargato ed epico del film precedente, qui il montaggio di Pudovkin rimane fedelmente ancorato ai volti, protagonisti assoluti della Storia: non si tratta infatti soltanto dei volti dei protagonisti, ma anche e soprattutto di volti strappati per un momento all’anonimato della folla: volti-sineddoche dei sentimenti e delle emozioni di un intero popolo. In ogni caso, Pudovkin, al contrario di Ejzenštejn, cerca ancora l’elemento individuale, sia pure facente parte di una massa, e ad esso contrappone un altro volto, quello del padrone o del militare asservito, ma senza eccessive caricature. Vedere, ad esempio, la scena, agghiacciante nel suo realismo, del pestaggio gratuito del giovane protagonista da parte dei poliziotti, sotto lo sguardo annoiato e gelido del capo del dipartimento.

Le scene di guerra in trincea sono agghiaccianti per realismo e dettagli. Ma rispetto a tanti film di guerra del passato (ma anche del futuro), l’urlo di Pudovkin contro la guerra è inequivocabilmente “contro”, sostenuto da esplicite didascalie, una delle quali – scandita in tre riprese – recita: “In nome dello zar! In nome della patria! In nome del denaro!”, mentre una didascalia successiva dà voce a un soldato ferito che, guardando sgomento in macchina, si chiede e ci chiede: “Per cosa stiamo morendo?”. Perché ogni guerra è una guerra senza motivi che non siano economici e di interesse. I russi lo avevano capito già da allora; gli americani – e neanche tutti – dovranno aspettare la disfatta in Vietnam. Raccontata qui subito prima dell’assalto rivoluzionario al Palazzo d’inverno contro il governo provvisorio borghese, la Prima Guerra Mondiale di Pudovkin è tutta scoppi di granate e cadaveri abbandonati a loro stessi in pozze di fango. L’ennesima mattanza di un popolo allo stremo, lo stesso popolo che nel 1905 si era recato sotto al palazzo dello zar per chiedere misericordia e aveva invece ricevuto proiettili. Un popolo che però ora, finalmente, riesce a penetrare le stanze del potere.

Questa scena Pudovkin ce la mostra con l’ingresso di una donna nel Palazzo d’Inverno (si tratta dell’attrice Vera Baranovskaja, che era la Madre nel film omonimo). La macchina da presa la segue carrellando in avanti, lentamente, mentre la donna, di spalle, guarda verso l’alto, verso i colonnati, le volte, le scalinate, le ricche decorazioni in stucchi e in oro. Come fosse entrata in un altro mondo, in un’altra dimensione. Una sequenza breve ma da brividi, che dice tutto sulle costanti e ineluttabili svolte della Storia.

Co-regista di Konets Sankt-Peterburga è il lituano Mikhail Doller, un altro allievo di Lev Kulešov, di quattro anni più grande di Pudovkin. La loro collaborazione proseguirà poi negli anni, e i due firmarono insieme quattro film sonori: Prostoy sluchay (Life Is Beautiful, 1932), Pobyeda (La vittoria, 1938), Minin i Pozharskiy (Minin e Pozharskiy, 1939) e Suvorov (1941). In quello stesso anno, il 1941, Doller vinse il Premio Stalin.

Infine, va notato che alcune fonti del web accreditano Aleksandr Dovženko al montaggio di questo film, ma la notizia è probabilmente frutto di errore.

Vittorio Renzi  (29 ottobre 2015)

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Konets Sankt-Peterburga
(La fine di San Pietroburgo)

[The End of St Petersburg]

URSS, 1927

regia: Vsevolod Illaronovich Pudovkin e Mikhail Doller

sceneggiatura: Nathan Zarkhi

fotografia: Anatoli Golovnya

montaggio: Vsevolod I. Pudovkin

musica: Herbert Stothart [1928], Alfred Shnitke [1992]

scenografia: Sergei Kozlovsky

produzione: Mezhrabpom-Rus

cast: Ivan Chuvelyov, Aleksandr Chistyakov, Vera Baranovskaya,
V. Obolensky, Anna Zemtsova, Sergey Komarov, Aleksandr Gromov,
Viktor Tsoppi, Vesvolod I. Pudovkin

lunghezza: 8 rulli, 2.322 metri

durata:  80′

data di uscita: 13 dicembre 1927

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