Foolish Wives (Femmine folli, 1922)

Erich Von Stroheim

Foolish Wives 1

SINOSSI: In una villa a monte Carlo vive un trio di truffatori: il finto aristocratico russo in esilio Wladislaw Sergius Karamzin (Erich von Stroheim), le sue due presunte cugine e principesse, Olga e Vera Petchnikoff (Maude George e Mae Busch) e l’ingenua cameriera Maruschka (Dale Furrer). Quando in città arriva il diplomatico americano Andrew J. Hughes (Rudolph Christians), Karamzin inizia a corteggiare la moglie Helen (Miss Du Pont), al fine di per estorcerle una grande somma di denaro; nel frattempo fa lo stesso con Maruschka, che gli affida tutti i suoi risparmi e, non pago, insidia anche la figlia minorata di un falsario. Quando la verità viene alla luce, le due false principesse vengono arrestate mentre Karamzin, sorpreso dal falsario insieme a sua figlia, viene da lui ucciso e il suo cadavere finisce nelle fogne.

Le riprese del terzo, monumentale film di Erich von Stroheim durarono circa un anno. Secondo la pubblicità della Universal, che fece ricostruire Montecarlo nei suoi studi (anche se Stroheim avrebbe preferito girare nella città reale), sarebbe costato oltre il milione di dollari, per la prima volta nella storia del cinema, ma è probabile che non raggiunse gli 800.000, cifra comunque enorme. Una volta terminato, Foolish Wives constava di 34 rulli, ridotti dallo stesso Stroheim a 21, per una durata complessiva di oltre 4 ore. Lo studio Universal eliminò un terzo del girato prima ancora che il film fosse presentato a New York. Ciò che ne rimase fu poi addirittura dimezzato dal produttore Irving Thalberg, fino a raggiungere i 7 rulli. Per oltre 40 anni, il film fu visto solamente in questa versione massacrata, in cui le intenzioni dell’autore erano completamente stravolte. Dopo un primo restauro, dunque, nel 1972, il film fu portato a una durata di 107’. Nel 1995, l’American Film Insitute ha curato il restauro del film, con parti di pellicola risalenti a varie fonti, spesso molto frammentate, riportandolo a una durata complessiva di 2 ore e 24 minuti circa, disponibile ora nel Blu Ray o DVD americano della Kino.

La trama, in partenza, è simile a quella del suo primo film, Blind Husbands (Mariti ciechi, 1919): un luogo di villeggiatura (lì la montagna, qui il mare), una donna sposata, giovane e un po’ annoiata, un marito rispettabile ma distratto e un falso ufficiale che corteggia la donna. Ma laddove nel suo esordio alla regia questa singola vicenda e i suoi sbocchi dominavano l’intero film, qui si tratta invece di una delle tante piste narrative che Stroheim mette in scena per parlare di molte altre cose. Di alcune delle quali, purtroppo, non saremo mai a conoscenza, a meno di non poter vedere un giorno il film così come l’aveva concepito il suo autore. La presentazione del “conte capitano” Vladislav Sergius Karamzin (lo stesso Stroheim) avviene in questo modo: Karamzin è sugli scogli, subito fuori da Villa Amorosa, dove dimora con le sue due “cugine” (di questa location, così assolata e isolata, come fuori dal mondo, si ricorderà forse Roman Polanski per il suo Cul-de-sac, nel 1966). Sta sparando contro un bersaglio. Ma un primo piano frontale fa sì che egli punti la pistola contro di noi spettatori e faccia fuoco, come nella celebre inquadratura del bandito in The Great Train Robbery (La grande rapina al treno, 1903) di Edwin S. Porter.

Stroheim vuole rendere il suo personaggio – già delineato nel suo primo film – il più sordido possibile. Un gesto ricorrente di Karamzin è quello di passarsi la lingua tra le labbra socchiuse, mentre si appresta a circuire, sedurre o ingannare la donna di turno. Ma se lì la conquista sembrava più dettata dal gusto dell’avventura galante, da parte del pur spregevole tenente von Steuben, qui il personaggio interpretato dal suo autore è ancora più grottesco nella sua incontinenza sessuale, sembra affetto da satiriasi, in presenza di una donna non riesce letteralmente a tenere le mani a posto. Anche a costo – come infatti avverrà, nonostante i ripetuti moniti della “cugina” Olga – di mandare all’aria i loro piani di arricchirsi truffando i ricchi frequentatori del Casinò di Montecarlo.
E’ innegabile che Stroheim fosse fortemente interessato alla questione morale dei suoi personaggi e dell’ambiente in cui si muovono. Tale questione (che non diviene mai “moralismo”, altrimenti i suoi film mai sarebbero stati sforbiciati, censurati e snaturati) è riconducibile, come prima lettura, a un’indagine su quelli che sono i vizi capitali, i grandi mali della società a lui contemporanea.

Nel successivo Greed (Rapacità, 1924), ad esempio, vediamo che l’avarizia/avidità del titolo originale, è la molla che muove Trina e che scatena la gelosia, l’invidia e l’ira degli altri due personaggi a lei strettamente collegati; qui, invece, la rapacità propria di Karamzin è più un misto di superbia e di lussuria. Nel rappresentare la decadenza della classe aristocratica (e dunque di una certa Europa, alla quale il personaggio del diplomatico e di sua moglie, gli Hughes, fanno in qualche modo da contraltare), Stroheim sceglie dunque l’ottica di un istinto distruttivo e autodistruttivo implacabile, che passa, sì, attraverso la seduzione e il raggiro, ma che, al tempo stesso, appare come una forza che, se fino a poco tempo prima – per una questione di potere di classe – poteva anche rimanere incontrastata, nella nuova epoca incontra degli ostacoli e deve farci i conti. Il desiderio cieco di Karamzin è dunque quello di esercitare un potere che in realtà non possiede più, ma che sfoggia sotto mentite spoglie al fine di continuare ad assicurarsi una vita di dissolutezze e impunità. L’iperbole di questa tendenza la ritroviamo rappresentata in almeno due scene: quella nella capanna della vecchia pazza, mentre fuori infuria la tempesta e Karamzin cerca di approfittarsi della moglie di Hughes, ferita e addormentata, che è poi la scena più propriamente espressionista del film, insieme a quella della follia di Marushka, la cameriera sedotta e abbandonata, che impazzisce e dà fuoco alla torre della villa. E poi l’ultima scena in cui compare Karamzin, quando tenta di prendere, sempre nel sonno, la figlia del falsario, una giovane ritardata: la sua ultima azione rapace che gli costerà la vita.

L’America è quindi meglio dell’Europa? Sarebbe dunque questo il messaggio del film? Ovviamente no. Helen Hughes ci appare per la prima volta mentre legge, comodamente seduta sulla veranda del suo albergo, un libro dal titolo Foolish Wives, scritto da un certo Erich von Stroheim. Il quale ci propone anche la lettura di una delle pagine, ove è scritto che gli americani, a differenza degli europei, non si interessano a questioni di etichetta o di onore, presi come sono dalla corsa al dollaro e alla supremazia economica. Un testo evidentemente ironico nel suo eufemismo da saggio di antropologia comparata for dummies, ma che molto ci dice sul beffardo sarcasmo con cui Stroheim, da dietro la lente del suo monocolo – come attore – e della macchina da presa – come regista – guarda alla complessa e contraddittoria realtà del suo e del nostro tempo.

Nella piccola parte di una ragazza zoppa compare Mary Philbin, che diventerà poi nota per il suo ruolo di Christine Daaé in The Phantom of the Opera (Il fantasma dell’Opera, 1925), di Rupert Julian.

Vittorio Renzi  (2 ottobre 2015)

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Foolish Wives (Femmine folli)

Usa, 1922

regia e sceneggiatura: Erich von Stroheim

fotografia: Ben Reynolds, William Daniels

montaggio: Arthur D. Ripley

musica: Sigmund Romberg

scenografia: Richard Day [e E. von Stroheim]

costumi: Western Costume Company [e R. Day, E. von Stroheim]

produzione: Irving Thalberg, per Universal Film

cast: Erich von Stroheim, Maude George, Mae Busch,
Rudolph Christians, Miss Dupont, Cesare Gravina, Dale Fuller

lunghezza: 14 rulli, 14.120 piedi [première] / 34 rulli, 32.000 piedi [orig.]

durata:  107′ [1989]/ 117′ [1999] /140′ 

première: New York, 11 gennaio 1922

data di uscita: 8 marzo 1922

Foolish Wives poster 2

Foolish Wives poster

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