Das wandernde Bild (L’immagine errante, 1920)

Fritz Lang

 

das wandernde bild 1

SINOSSI: Irmgard (Mia May), vedova di Georg Vanderheit (Hans Marr), per sfuggire alle pressanti minacce di John (sempre Marr), gemello del defunto, si rifugia sulle montagne, dove incontra un misterioso eremita. I due si trovano in un rifugio quando John, che ha seguito la donna, provoca una valanga che intrappola i due nella baita. E’ allora che Irmgard riconosce nell’eremita Georg, il marito che aveva creduto morto. Georg in effetti non era mai stato davvero suo marito, in quanto l’uomo, un libero pensatore molto ricco, rifiutava l’istituzione del matrimonio. Ma Irmgard, rimasta incinta, aveva allora organizzato un matrimonio con John, che si era spacciato per suo fratello mirando in realtà alla sua eredità. Scoperto il fatto, Georg, amareggiato, aveva deciso di fingere il suicido e si era rifugiato sulle montagne, facendo voto alla statua della Madonna della Neve di non tornare più nella società civile, a meno che la statua non si fosse mossa dalla sua posizione. Finalmente arrivano i soccorritori. John cerca di ostacolarli, ma rimane ucciso. Irmgard ridiscende la montagna per tornare a casa. Ma lungo la strada s’imbatte in un bambino e lo porta con sé. Vedendola camminare da lontano sulla neve, Georg la scambia per la statua della Madonna, che non è più al suo posto (ma solo perché una valanga l’ha fatta cadere). L’uomo decide perciò di seguire Irmgard in città per riunirsi con lei.

 

Quando fu presentato al pubblico, Das wandernde Bild era lungo 2.032 metri. La versione superstite, riemersa nel 1985 dagli archivi della Cineteca di San Paolo, è però di soli 1.410 metri. L’opera dunque giunge a noi priva di quasi un terzo della sua durata. Risultano mancanti anche le didascalie originali.

Prima delle undici collaborazioni con Thea Von Harbou, con la quale lo stesso anno Fritz Lang scrive anche Vier um die Frau (Four around a Woman, 1921). A quel tempo, la Von Harbou collaborava ancora con il produttore e regista Joe May, per il quale lo stesso Lang aveva scritto alcune sceneggiature. Proprio in quell’anno, May propose ai due di scrivere un film da realizzare per la May-Film, la sua casa di produzione (attiva dal 1915 al 1932). Condividendo la stessa passione per le avventure esotiche, Lang e la Von Harbou si gettarono con entusiasmo nella stesura di Das Indische Grambal (Il sepolcro indiano), tratto da un sogno della stessa Von Harbou, tradotto poi anche in forma di romanzo. A Joe May piacque a tal punto da decidere di dirigerlo lui stesso, senza lasciare agli autori alcuna voce in capitolo. Das wandernde Bild rimane dunque l’unico titolo realizzato da Lang per la  May-Film, dal momento che i due, delusi e amareggiati, tornarono alla Decla di Erich Pommer e lì rimasero. Ma Fritz Lang non abbandonò mai in cuor suo quel progetto, tanto è vero che, all’incirca quattro decenni dopo, dopo un viaggio in India, nel 1959 riuscì a realizzare un remake di Das Indische Grambal, in due parti, come prevedeva il progetto originale, ma ovviamente sonoro e a colori, che ottenne un grande e meritato successo.

Proprio all’inizio degli anni Venti, in Germania i film di montagna, girati in veri scenari naturali, andarono a costituire un genere vero e proprio, tipicamente tedesco. Vi si dedicò in particolar modo il regista Arnold Fanck, geologo di formazione e alpinista appassionato, la cui troupe era costituita da esperti montanari (fra cui anche Leni Riefenstahl). Si trattava di melodrammi e intrighi romanzeschi, in cui le passioni venivano messe in risalto da questi scenari grandiosi. Girato in parte nella splendida cornice delle montagne e del lago presso Königssee, in Baviera, il film di Lang e della Von Harbou si potrebbe inserire in questo filone. Si tratta di fatto di un melodramma piuttosto astruso e dalla struttura contorta: non solo il lungo flashback che occupa l’intero corpo centrale del film, ma anche un più breve flashback dentro al flashback, nel momento in cui il sagrestano racconta a Georg di aver celebrato il matrimonio fra Irmgard e l’uomo che il prete credeva essere Georg.

I momenti migliori del film sono dovuti senz’altro, più che alla trama, alla regia inventiva di Lang. In una delle scene più suggestive vediamo Ingmar attraversare un altopiano erboso.  Inquadrata in campo lungo, la donna avanza aggrappata ad un bastone verso la macchina da presa, mentre tutt’intorno a lei una fosca nebbia va a coprire buona parte del paesaggio e dello sfondo montagnoso. In un’altra scena, l’eremita, che non ha ancora rivelato la sua identità, salva la donna dalle grinfie di John. Lo vediamo stagliarsi in cima a una roccia, pronto a scagliare una pesante pietra sul cranio dell’aggressore. La scena si avvale della profondità di campo ed è organizzata verticalmente su due livelli, tre, se consideriamo la macchina da presa che si trova posizionata più in basso non solo dell’eremita, che si trova al livello più alto, in cima al quadro, ma anche di Irmgard e John che occupano il livello centrale, sulla destra.

In un paio di sequenze Lang utilizza la sovrimpressione. Nella prima, per far in modo che i due fratelli siano presenti nella stessa inquadratura: accade quando John spia dalla finestra il fratello che si trova fuori dalla villa (anche questa scena è organizzata verticamente su più livelli). Nella seconda scena compare un braccio scheletrico che suona una campana, un preavviso di morte che Ingmar ascolta immobile con visibile timore.

Fatto salvo il beneficio del dubbio relativo alle scene mancanti, di religioso in Das wandernde Bild c’è ben poco. La questione legata al culto della statua della Madonna della Neve appare inequivocabilmente più come  semplice motore della storia che come elemento di scontro fra fede e agnosticismo (o anche ateismo) nella coscienza di un intellettuale. La figura incappucciata e silenziosa di Georg sembra interessare ai suoi autori esclusivamente come elemento idoneo al colpo di scena che avviene a metà del film, con il disvelamento della sua vera identità. La stessa statua della Madonna, inquadrata in diverse occasioni, appare più un oggetto misterioso e imperscrutabile che un oggetto sacro, né sembra rivestire il polo del bene a cui contrapporre quello del male (impersonato da John). Nel momento in cui alla statua, spazzata via da una valanga, si sostituisce la figura di Irmgard che ridiscende dalla montagna, lo scioglimento del voto di Georg passa dunque attraverso un equivoco. La fede come superstizione, dunque. Naturalmente potremmo interpretare l‘episodio anche come un segno delle “infinite vie del Signore“, ma a dire il vero mi sembra poco nelle corde sia di Lang che della sua cosceneggiatrice, entrambi sensibili alla spiritualità, ma senza che essa si produca mai in una forma religiosa codificata.

Troviamo poi qui uno dei temi prediletti prediletti dalla Von Harbour e da Lang, ovvero quello del Doppelgänger (letteralmente “doppio viandante”), del sosia malvagio, presente diffusamente nella letteratura e nel folclore tedeschi. Tema qui declinato nella sua variante del gemello reale, anziché generato da occulti o diabolici riti. Sia qui che nel film successivo, Vier um die Frau, un unico attore interpreta infatti due personaggi, due gemelli, per l’appunto. Come contraltare a Georg, un personaggio tutto sommato puro, sia nella sua veste di libero pensatore agnostico, sia in quella di eremita, la figura di John si rivela in tutta la sua diabolica virulenza. Pur senza riuscire ad imporsi come uno dei villain per eccellenza dell’universo langhiano, il gemello di Georg è interessante perché le sue azioni sembrano rispondere al dettato di una mente caotica e perversa, votata interamente al male. Se è vero che a livello di intreccio il desiderio di morte di John appare legato alla questione dell’eredità (il fratello ricco è ufficialmente morto e dunque, morta Irmgard, rimarrebbe lui solo l’erede delle fortune di Georg), il suo comportamento ha qualcosa che eccede questo banale movente. L’uomo si rivela implacabile nell’inseguire la sua preda su per le montagne, tenta più volte di ucciderla gettandola giù da un precipizio o seppellendola viva nella valanga che la imprigiona nella baita. Ma non basta: all’arrivo dei soccorritori, John si mette a scagliare pietre su di loro. Il suo volto, inquadrato in primo piano un attimo prima della sua ingloriosa fine, rivela una bestialità e una ferocia che quasi lo trasfigurano. Più che un uomo accecato dall’avidità egli sembra l’Hyde sdoppiatosi dal fratello Georg/Jekyll, un essere di pura malvagità che agisce esclusivamente in nome del caos e che desidera solo la morte di chiunque gli incroci il cammino.

Col senno di poi, può sembrare strano che per questo doppio ruolo non sia stato scelto Rudolf Klein-Rogge (che, per inciso, all’epoca era, ancora per poco, il marito di Thea Von Harbou), che qui compare invece nel ruolo di secondo piano di Wil Brand, cugino di Irmgard. Ma in effetti Klein-Rogge era troppo giovane per quella parte e, pur essendo già un validissimo attore di teatro da diversi anni, era ancora al principio della sua carriera cinematografica. Carriera che avrà uno slancio definitivo proprio a seguito dell’incontro con Fritz Lang, che ne farà il villain per eccellenza del suo cinema.

Quanto all’attrice protagonista, Mia May, nome d’arte di Hermine Pfleger, era la moglie del produttore e regista Joe May (il cui vero nome era Joseph Mandel). Come lo stesso Lang, i due coniugi lasciarono entrambi la Germania per gli Stati Uniti in seguito all’avvento del nazionalsocialismo. A differenza di Thea Von Harbou e Rudolf Klein-Rogge che, invece rimasero in patria e aderirono entrambi al Partito Nazista. La carriera di entrambi però terminò bruscamente poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Vittorio Renzi  (26 marzo 2016)

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Das Wandernde Bild (L’immagine errante)

[The Wandering Image / a.k.a. The Moving Image / The Wandering Shadow]

Germania, 1920

regia: Fritz Lang

sceneggiatura: Fritz Lang, Thea Von Harbou

fotografia: Guido Seeber

scenografia: Otto Hunte, Erich Kettelhut

produzione: Joe May, per May-Film

cast: Mia May, Hans Marr, Rudolf Klein-Rogge,

Harry Frank, Loni Nest

lunghezza: 17 rulli, 1.410 metri [originariamente 2.032]

durata:  87′

première: Berlino, 25 dicembre 1920

 

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