The Wind (Il vento, 1928)

Victor Sjöström

The Wind1

“Il motivo dell’ambivalenza della natura di fronte all’uomo è un tema fondamentale in tutto il cinema di Sjöström: l’ambivalenza della natura, e della natura umana. The Wind, il suo ultimo grande capolavoro, è la perfetta realizzazione di tale assunto.”
Bengt Forslund (1)

Sjöström si era stabilito negli Stati Uniti già da tre anni, quando iniziò le riprese di The Wind. Le pellicole che aveva diretto fino a quel momento per la Goldwyn, poi inglobata nella M.G.M. di Louis B. Mayer, erano stati tutti dei successi. Il suo ultimo film americano, però, ebbe la sfortuna di essere ultimato proprio mentre nelle sale cinematografiche veniva distribuito The Jazz Singer (1927) ed esplodeva la novità del cinema sonoro: The Wind, come anche altri film in uscita in quei mesi, venne subito ritirato per essere ridistribuito soltanto un anno dopo “con una colonna sonora che comprendeva il soffio del vento, l’abbaiare dei cani e il tema di una canzone strappalacrime, Love Brought the Sunshine. Ne risultò un disastro commerciale.” (2)
In più ora Sjöström sarebbe stato costretto ad adeguarsi alla moda del sonoro, che imponeva film ancora più commerciali. Decise così di fare ritorno nel suo paese, che aveva lasciato la Svezia in concomitanza col declino della cinematografia svedese. Di fatto però la sua fortuna artistica era destinata a non decollare più e The Wind oggi è riconosciuto quasi unanimemente come il suo ultimo capolavoro.

“Gli Injun credono che il vento del nord sia un cavallo fantasma che vive nelle nuvole”. E’ quanto dice Lige (Lars Hanson), l’uomo che guida il carretto (e suo futuro marito) alla giovane e spaventata Letty (Lillian Gish). Subito dopo, Letty alza gli occhi al cielo e lo vede, quel cavallo: bianco, possente, imbizzarrito. Un’immagine per lei ammaliante e spaventosa al tempo stesso.
Il più famoso dei film girati in America dal maestro svedese ci mostra quindi, a pochi minuti dall’inizio, di nuovo un carretto, che però non è fantasma come quello dell’omonimo capolavoro girato in madrepatria sette anni prima, ma un carretto reale. E’ il cavallo/vento qui a farsi “fantasma”, tramite la tecnica della sovrimpressione, che Sjöström ben conosceva e padroneggiava.

Prima e dopo questa scena, Letty osserva con lo stesso sguardo ammaliato/spaventato (quasi ipnotizzato) il vento che si schianta, muggisce e rotola sui vetri: del finestrino del treno che, dalla Virginia, la porta in questa remota e ventosa regione, dove vive l’amato cugino Beverly (Edward Earle), con cui è cresciuta; e successivamente sui vetri della finestra della casa di Beverly e della sua famiglia. I genitori di Letty sono morti e quello è il suo unico possibile rifugio: Beverly la accoglie ben volentieri, ma sua moglie Cora (Dorothy Cumming), al contrario, rivela sin da subito la sua grande gelosia. E decreta così, in capo a pochi giorni, che Letty debba andarsene via di lì. Ma, essendo priva di mezzi, l’unico modo in cui può farlo è sposandosi. Letty si rassegna così a unirsi in matrimonio con un ragazzotto della zona, che sin dal loro primo incontro l’aveva desiderata, ma che lei non ama affatto.

Segue quindi la lunga, bellissima sequenza in casa del marito. Lige, rozzamente, ma anche con dolcezza, le si avvicina, vuol farla sua, ma Letty non vuole, cerca di svicolare, in camicia da notte si pettina i lunghi capelli, e infine, dinnanzi a uno slancio di lui, lo guarda inorridita e lo respinge seccamente. Lui giura che non la toccherà più. In questa sequenza, in particolare, possiamo ammirare tutta la maturità espressiva di Lillian Gish, qui al suo ultimo film muto. Siamo quasi all’alba della stagione del sonoro e questo è uno degli ultimi film muti anche per la M.G.M.. Ma la Gish sin dalle sue prime interpretazioni ha gettato un ponte tra lo stile di recitazione spesso enfatico dell’epoca del muto e quello più misurato del cinema sonoro. Ed è davvero incredibile come la Gish riesca a modulare la propria espressività, affidandosi sempre meno a manieristiche tipizzazioni e cliché e sempre più a sottili sfumature della gestualità, del volto, dello sguardo. Ci riesce anche senza l’ausilio dei primi o primissimi piani. In questa scena se ne sta lì in piedi, davanti al marito, e noi leggiamo, momento dopo momento tutto quello che le passa per la testa. Più tardi, mentre fuori (in questo “esterno” invisibile, che non vediamo mai, solo vento e sabbia) infuria una tempesta di vento particolarmente forte, Lige rientra portando con sé un uomo che ha incontrato lungo il tragitto, svenuto. Il marito non lo sa, ma si tratta di Roddy (Montagu Love), che Letty ha conosciuto in treno e poi rivisto in città, un uomo d’affari, grossolano e volgare che voleva perderla e portarla via, pur essendo già sposato. Rimasti in casa mentre il marito è di nuovo fuori, Roddy si avventa su Letty, che tenta di difendersi, ma alla fine viene sopraffatta. Il mattino dopo però lo uccide. Il corpo di Roddy finirà seppellito dalla sabbia.
Le scene di violenza sessuale, o di tentata violenza sessuale, a ben vedere non mancano nel cinema di Sjöström: la troviamo nel primo dei suoi cortometraggi sopravvissuti, Trädgårdsmästaren (The Gardener, 1912), e la ritroviamo anche in Körkarlen (Il carretto fantasma, 1921), in cui lo stesso Sjöström, nei panni del violento ubriacone, si avventa, come una folata di vento possente e impazzita, sulla porta della stanza dove si è chiusa sua moglie col bambino, brandendo un’ascia.

Il tema conduttore di The Wind sarebbe dunque, ad una prima lettura, la forza e l’impeto della natura, una natura possente e ostile (già messa in scena da Sjöström in altri film), la foga degli elementi in contrasto con la fragilità di Letty, e dell’essere umano in generale. Ma la foga in questione credo sia un’altra. Per tutto il film, il modo in cui Letty guarda gli uomini è quello ancora di una bambina, che non sembra rendersi neanche conto di ciò che provoca in loro. Sono quattro gli uomini con cui ha a che fare: lo sgradevole Roddy, il suo stesso cugino Beverly (e la moglie, che non è scema, lo capisce subito che c’è del tenero fra i due, cugino o meno che siano), e i due tipi rozzi del paese, uno dei quali diventerà suo marito. Ma il rapporto uomo/donna è sempre rimandato, sfuggito, disatteso da parte della stessa Letty.

Cos’è, insomma, questo vento che soffia forte, raffigurato come un cavallo scatenato che sembra avventarsi addosso alla ragazza in diversi momenti del film, questa forza bruta che soffia la sabbia e la terra dentro la casa riempendola e “sporcandola” da cima a fondo, e gli sguardi impauriti ma anche come ipnotizzati di Letty, alla quale a un certo punto gira anche la testa?
Cos’è questo vento, se non una brama (da parte degli uomini) che incontra la paura – ma segretamente anche la voglia – di questa giovane ingenua, fragile e graziosa giovane donna? Paura del sesso, ovviamente. Una lettura fin troppo facile, forse persino banale. Eppure sembra essere l’unica a dare un senso coerente alle vicende narrate.
E infatti alla fine Letty affronterà il vento, anziché subirlo: quando il marito torna a casa, lei spalanca quella porta, tenuta sempre ben chiusa, e rimane in piedi ad affrontare gli assalti dell’impetuoso vento del nord. E poco dopo si getta tra le braccia di Lige e gli dice che lo ama. Finalmente è “pronta”. E mai happy end – totalmente assurdo sul piano del realismo della vicenda – fu più indovinato per un film che lasciava presagire tutto il contrario. Ovvero, come aggirare ogni possibile censura, parlando di sesso tutto il tempo in chiave allegorica.

Letture psicanalitiche o metaforiche a parte, The Wind è visivamente mostruoso e recitato da una Lillian Gish in stato di grazia. Un oggetto strano, che sfugge a ogni facile identificazione, in maniera non dissimile dai capolavori mutilati di Erich Von Stroheim. Il pubblico non gradì.

Vittorio Renzi  (20 dicembre 2014)


(1) Bengt Forslund, La vita e l’opera di Victor Sjöström, in Paolo Cherchi Usai (a cura di), Schiave bianche allo specchio. Le origini del cinema in Scandinavia (1896-1918), Pordenone, Studio Tesi, 1986, p. 374.
(2) Ivi, p. 381

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The Wind (Il vento)

Usa, 1928

regia: Victor Sjöström

soggetto: romanzo omonimo di Dorothy Scarborough

sceneggiatura: Frances Marion

fotografia: John Arnold

montaggio: Conrad A. Nervig

musica: William Axt e David Mendoza / Carl Davis [1983]

scenografia: Cedric Gibbons, Edward Withers

costumi: André-ani

produzione: Metro-Goldwyn-Mayer Pictures

cast: Lillian Gish, Lars Harson, Montagu Love, Dorothy Cumming, Edward Earle,
William Orlamond, Carmencita Johnson, Laon Ramon, Billy Kent Schaefer

lunghezza: 8 rulli, 6.721 piedi

durata: 79’ / 95′

data di uscita: 23 novembre 1928

the wind poster

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