Stačka (Sciopero, 1925)

Sergej M. Ejzenštejn

Stačka 1

SINOSSI: Nel 1912, un operaio è ingiustamente accusato di furto dai suoi padroni. Disperato per l’ingiustizia subita, si impicca sul posto di lavoro. I lavoratori della fabbrica organizzano clandestinamente uno sciopero di solidarietà e protesta. Ma i padroni si aspettano una sommossa ed indagano servendosi di spie. Lo sciopero è duro e drammatico. Gli operai rivendicano una più equa condizione di lavoro. I padroni tentano di corrompere i lavoratori più deboli. La polizia a cavallo, agli ordini dei padroni, si schiera a difesa della fabbrica. Lo sciopero continua, portando in breve tempo le famiglie alla fame. I padroni assoldano anche dei malavitosi al fine di produrre danni di cui incolpare i manifestanti. La polizia interviene e massacra gli scioperanti e le loro famiglie con immane violenza. Sedata la sommossa, la strada rimane una desolata distesa di cadaveri. La storia sembra terminata, ma da lì a cinque anni ci sarà la Rivoluzione d’Ottobre.

I padroni e gli azionisti della fabbrica sono tutto pancia e sigari, una maschera di arroganza, tracotanza e degrado di ogni umana qualità. Sono mere incarnazioni del potere, così come gli operai lo sono della povertà e della dignità. Sarebbe ingenuo (e tipico di quest’epoca ignava in cui schierarsi sembra quasi un reato) pensare che nei film di Ejzenštejn regni il manicheismo: padrone/cattivo, operaio/buono. E questo perché a Ejzenštejn (anzi, al collettivo Proletkul′t, cui si deve la sceneggiatura di Stačka), non interessavano tanto gli individui o la loro complessità psicologica, bensì il meccanismo del potere e le sue aberrazioni, cui deve opporsi una collettività compatta, tramite una presa di coscienza (di classe) collettiva. Nessuna figura eroica spicca nel film, nessun antagonista diabolicamente affascinante (e del resto gli attori, nei suoi primi film, sono tutti attori non professionisti). Ma questo non crea una distanza emotiva, né rende anonimo o confuso ciò che vediamo sullo schermo. Al contrario, la lucidità “didattica” nel mostrare i meccanismi di autoconservazione del potere (intimidazione, corruzione, repressione) fa sì che, a novant’anni dalla sua realizzazione, Stačka sia un film quantomai contemporaneo. Tutta la parte finale sulla strage nel villaggio, con quel bambino biondo sollevato di peso da un soldato e scaraventato giù da un balcone (cui segue il primo piano del suo corpo a terra immobile), fa male ancora oggi, non meno della terribile sequenza della strage di Odessa e della carrozzina in corsa giù per la scalinata nel successivo Bronenosec Potëmkin (La corazzata Potëmkin, 1925).

Naturalmente Ejzenštejn, già con questo suo primo lungometraggio, ha ben chiaro tutto ciò che vuole ottenere, nulla è lasciato al caso. La lezione sul montaggio, appresa da Griffith, dall’Abel Gance di La Roue (La rosa sulle rotaie, 1923) e dall’Epstein di Coeur fidèle (1923), non solo è già stata interamente digerita, ma anche superata. Il montaggio qui non solo è frenetico, sin dalle prime scene, ma è sperimentato in ogni sua forma possibile, non come esercizio tecnico/estetico fine a se stesso, ma sempre al fine di produrre un discorso ideologico forte e ineludibile anche attraverso lo shock visivo (Ejzenštejn lo chiamava “cine-pugno”, contrapponendolo provocatoriamente al Cineocchio, il Kinoglaz di Dziga Vertov), ottenuto soprattutto mediante un uso spiazzante e innovativo del primo piano.
Scrisse lo stesso Ejzenštejn, 20 anni dopo la realizzazione del suo primo film:

Nel finale la fucilazione in massa dei dimostranti, a cui si alternano le scene sanguinose nel mattatoio municipale, si fusero (in quel periodo dell’”infanzia” del nostro cinema, la cosa parve del tutto convincente e produsse grande impressione!) nella metafora cinematografica d’un “mattatoio umano” in cui si esercitavano le più sanguinose repressioni dell’autocrazia. (…) Una giustapposizione che tenta di dire qualcosa di più su un’esecuzione di lavoratori, non solo con la rappresentazione, ma anche con un “discorso plastico” generalizzato, che s’avvicina all’immagine verbale d’un “mattatoio pieno di sangue”. Nel Potëmkin tre primi piani separati di tre diversi leoni di marmo in atteggiamenti diversi si fusero in un unico leone ruggente e, in un’altra dimensione cinematografica, divennero l’incarnazione della metafora: “Persino le pietre ruggiscono!” (1)

Non solo, ma già a partire da questo film d’esordio, il cineasta di Riga pone in essere quella struttura binaria dagli innumerevoli risvolti di cui Del Ministro individua, come nodo essenziale “la compresenza e il conflitto di due poli essenziali – la vita e la morte – che contribuiscono a dare ‘unità organica e pathos’ a tutti i suoi film” (2):

In Sciopero, l’improvviso suicidio per protesta dell’operaio Yacov Strongen, diviene viva spinta per i suoi compagni alla realizzazione dello sciopero. Il tono umano degli operai che si radunano segretamente nelle fabbriche o in aperta campagna, si contrappone a quello disumano della Canaglia al Cimitero delle Bigonce, dove i criminali conducono la loro esistenza nascosti nelle fosse dei suburbi della città. Essi sorgono dal sottosuolo, come sepolti e vivi [sic], agenti asserviti alla polizia per creare quel caos e quella violenza che verranno attribuiti agli operai. Le immagini della famiglia proletaria affamata e quelle dei giochi di bambini, animate da un “calore lirico”, sono contrapposte a quelle fredde e lugubri degli ingordi azionisti, raccolti nelle loro sale liberty. (3) 

Vittorio Renzi  (1 febbraio 2015)


(1) Sergei M. Ejzenštejn, Forma e tecnica del film e lezioni di regia, Einaudi, 1964, p. 219)
(2) Maurizio Del Ministro, Sergej M. Ejzenštejn. La corazzata Potëmkin, Torino, Lindau, 2015, p. 20.
(3) Ivi, p. 21-22.

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Stačka (Sciopero)

[Strike]

URSS, 1925

regia e montaggio: Sergej Michajlovič Ejzenštejn

sceneggiatura: S.M. Ejzenštejn, Grigorij V. Aleksandrov,

Ilja Kravčunovskij, Valerian Pletnëv

fotografia: Eduard Tisse, Vasili Chvatov [e Vladimir Popov]

musica: Sergej S. Prokof’ev

scenografia: Vasilij Rachal’s

produzione: Boris Mikhin, per Goskino, Proletkul’t

cast: Ivan Kljukvin, Aleksandr Antonov, Grigorij Aleksandrov,
Michail Gomorov,Maksim Štraukh, I. Ivanov,
Anatoli Kuznetsov, Vera Jalnukova

lunghezza: 6 rulli

durata:  94’

data di uscita: 28 aprile 1925

Stačka poster

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