Herr Arnes pengar (Il tesoro di Arne, 1919)

Mauritz Stiller

Herr Arnes pengar 1

SINOSSI: XVI secolo: tre mercenari scozzesi senza scrupoli, evasi da una prigione svedese, si recano nella costa occidentale svedese con l’intenzione di imbarcarsi per l’Inghilterra. Scacciati da una casa in cui avevano trovato riparo, i tre si introducono nella dimora di Sir Arne e sterminano l’intera famiglia, per mettere poi le mani su di un forziere pieno di monete d’argento. L’unica a sopravvivere alla strage è la figlia adottiva Elsalill (Mary Johnson), che va a vivere in un cottage, insieme a un’anziana coppia. Nel frattempo, i tre mercenari hanno dovuto rimandare la partenza, dato che il ghiaccio impedisce alla nave di salpare. Così, qualche tempo dopo, Elsalill conosce e s’invaghisce di Sir Archi (Richard Lund), senza rendersi conto che si tratta di uno dei tre responsabili dello sterminio della sua famiglia. Ma la sorella le appare in sogno per rivelarle l’orribile verità. Elsalill allora denuncia gli scozzesi, ma poi si pente e avverte Archi. Raggiunti dalle guardie svedesi, i tre oppongono resistenza all’arresto e Archi, facendosi scudo con il corpo di Elsalill, ne provoca la morte.

Il cinema svedese delle origini è senza dubbio, in primis, un cinema di paesaggi. Quei paesaggi nordici in cui la natura incombe sull’uomo, evocando quel sentimento del sublime teorizzato dall’estetica preromantica e romantica, ovvero inteso letteralmente come soglia, limite: un limite che l’uomo non può varcare, una soglia attraverso la quale si affaccia il terrore, il senso di impotenza, di annichilimento. Ma nel film di Stiller, come anche in molti del suo connazionale Victor Sjöström, il paesaggio amplifica anche ciò che di più oscuro e terribile esiste nella natura umana. Sin dall’inizio, i tre mercenari evasi si comportano al pari di certi cataclismi naturali, inevitabili e indiscriminati, che travolgono tutto ciò che si pone sul loro cammino: dapprima uccidono le guardie della torre ove sono rinchiusi, poi si introducono di prepotenza in un cottage per sfamarsi e bere fino a crollare sul pavimento ubriachi; infine – dopo aver affilato per bene i lunghi coltelli – compiono la strage in casa del vecchio signore Arne. Li vediamo poi percorrere su una slitta un deserto di ghiaccio, e sui loro volti non vi è traccia dell’orrore che si sono lasciati alle spalle. Viceversa, la giovane Elsalill, che ha assistito al brutale massacro della sorella e di tutta la sua famiglia, è raffigurata come un fiore spezzato, senza più un barlume di speranza negli occhi. Finché non incontra Archi e, spinta al limite dalla sua insistenza, finisce per cedergli, priva ormai com’è della propria volontà. L’uomo è attratto dalla ragazza, tuttavia, unico fra i tre assassini, cerca in lei anche la redenzione. Ma il fantasma della sorella morta li perseguita entrambi, finché la verità non verrà a galla.

Partendo dal romanzo omonimo della scrittrice premio Nobel Selma Lagerlöf (ma servendosi anche dell’adattamento teatrale portato in scena due anni prima da Gerhart Hauptmann), Stiller compone un lungo poema crepuscolare, in cui orrore e lirismo, persone e fantasmi, si fondono e si amalgamano con una raffinatezza e una forza espressiva e visionaria senza precedenti, che ritroveremo poi due anni dopo in Körkarlen (Il carretto fantasma, 1920) di Sjöström, comprese le sovrimpressioni dei fantasmi. All’origine, di comune accordo con la stessa Lagerlöf, il produttore della Svenska Bio, Charles Magnusson, aveva proposto il progetto del film a Sjöström, dal momento che il suo sodalizio con i romanzi della scrittrice stava producendo ottimi frutti. I due, originari della stessa regione svedese (il Värmland), erano accomunati da una medesima sensibilità e da un comune sentire. Al contrario: “tra Stiller e la Lagerlöf le ‘affinità elettive’ erano davvero poche; il misticismo della scrittrice […] mal si adattava al carattere cinico ed estremamente pragmatico di Stiller. […] Questo, Selma Lagerlöf, lo sapeva benissimo, ed è per tale motivo che preferiva Sjöström a Stiller”. (1)

Ciononostante, su suggerimento del suo collega, Stiller accettò la sfida. Lo aiutò nella stesura della sceneggiatura Gustav Molander, che di lì a qualche anno sarebbe divenuto a sua volta regista. La differenza principale rispetto al romanzo della Lagerlöf è la narrazione in ordine cronologico rispetto ai vari flashback contenuti nel testo d’origine. A quell’epoca, nel mondo del cinema, non c’era forse ancora la scioltezza necessaria per concepire un film in questo modo senza annegarlo in un mare di spiegazioni (e di didascalie), per cui si preferiva che il pubblico potesse tranquillamente seguire una storia dall’inizio alla fine. Al di là di questo, Stiller si gettò nell’impresa con il massimo impegno e la maniacalità che lo contraddistinguevano. Il buon budget messo a disposizione da Magnusson gli consentì un periodo di circa quattro mesi di riprese, sia in esterni, sfidando il rigido freddo invernale, sia negli studi, in cui il regista fece ricostruire il villaggio dove si svolge parte della vicenda, con tanto di neve finta. In ultimo, il bellissimo modellino del vascello incagliato nel ghiaccio dinnanzi cui sfila il corteo funebre per Elsalill, che è poi la sequenza forse più emozionante.

Con buona pace della Lagerlöf, che non amò questa trasposizione, il film si rivelò un grande successo. Ma mentre Sjöström tornerà ad adattare altre opere della scrittrice, fra cui, in ultimo, Körkarlen, Stiller si ritrovò alle prese con le sue pagine solo otto anni più tardi, in quello che sarebbe stato il suo ultimo film svedese prima di emigrare a Hollywood: Gösta Berlings saga (La leggenda di Gösta Berling, 1924), primo romanzo della Lagerlöf e primo ruolo di spicco per Greta Garbo.

Peter Cowie ha messo in luce il debito di Jungfrukällan (La fontana della vergine, 1960), di Ingmar Bergman, rispetto al film di Stiller,  sia per quanto riguarda l’accurata ricostruzione storica, sia per le evidenti affinità fra i due gruppi di assassini e stupratori. (2)

Vittorio Renzi  (7 gennaio 2015)


(1) Vincenzo Esposito, La luce e il silenzio. L’età d’oro del cinema svedese, Napoli, L’Ancora, 2001, p. 138.
(2) Peter Cowie, Swedish Cinema, London/New York, Zwebber/Barnes, 1966, p. 35.

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Herr Arnes pengar (Il tesoro di Arne)

[Sir Arne’s Treasure]

Svezia, 1919

regia: Mauritz Stiller

soggetto: romanzo omonimo di Selma Lagerlöf

sceneggiatura: Gustav Molander, Mauritz Stiller

fotografia: Julius Jaenzon, Gustaf Boge

musica: Fredrik Emilson, Matti Bye

scenografia: Axel Sørensen, Alexander Bako

costumi: Axel Esbensen

trucco: Ester Lundh, Manne Lundh

produzione: Charles Magnusson, per Svenska Biografteatern

cast: Richard Lund, Mary Johnson, Axel Nilsson, Erik Stocklassa,
Bror Berger, Hjalmar Selander, Concordia Selander,
Gustav Aronson, Wanda Rothgardt, Gösta Gustafson

lunghezza: 6 rulli, 2.062 m

durata:  122′; restaurato: 106’ a 17fps

data di uscita: 22 Settembre 1919

Herr Arnes pengar poster

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