Du skal ære din hustru (L’angelo del focolare, 1925)

Carl Th. Dreyer

Du skal ære din hustru 2

SINOSSI: Viktor (Johannes Meyer) è un padre di famiglia in crisi finanziaria, a causa del ridimensionamento della sua attività lavorativa. Le difficoltà economiche lo rendono duro, irascibile e tirannico verso gli altri mebri della famiglia. La moglie Ida (Astrid Holm), in particolare, viene da lui trattata malamente, ma nonostante questo, lei si prodiga lavorando anche di notte, pur di aumentare il tenore di vita del marito e dei figli. L’atteggiamento dell’uomo e le sue convinzioni cambiano in seguito, quando Ida viene convinta dalla vecchia balia, Mads (Mathilde Nielsen), a lasciare la casa per cambiare aria ed evitare un esaurimento nervoso. Viktor, a casa da solo con la severa nutrice e i figli, scopre così che non solo la vita della massaia non è così facile come lui credeva, ma anche che il rispetto e la considerazione reciproca dovrebbero essere sempre dei valori fondamentali in una famiglia.

«L’ossessione dell’essenziale è il grande segreto del Dreyer cineasta.» (1)

La tesi di Drouzy, nella sua “psicobiografia” su Dreyer, come lui stesso la definisce, è che, in sostanza, in ogni suo film, Dreyer cercasse di difendere e riabilitare la figura sua madre, quella madre che lui, figlio illegittimo e indesiderato, non aveva mai conosciuto, dal momento che era stato cresciuto da una famiglia adottiva, i Dreyer, presso cui non aveva mai trovato affetto e considerazione. Sia come sia, è certo che la donna nella sua opera occupa un posto centrale. E più è reietta ed emarginata, meglio è. In Du skal ære din hustru troviamo il primo esempio di questo archetipo dreyerano di donna: si tratta di Ida, moglie vessata e maltrattata dal marito Viktor, ritrovatosi all’improvviso senza lavoro, frustrato, scontento e oltremodo tirannico, sia con la moglie e i figli, che con la sua stessa balia di un tempo, Mads.

La prima parte del film costituisce un (magnifico) esempio di realismo psicologico, una vicenda angosciosa e claustrofobica, chiusa com’è fra le pareti domestiche di un modesto appartamento piccolo borghese. Le stesse inquadrature sono a loro volta rinchiuse, compresse, tramite l’uso di mascherini, in una porzione di spazio ridotta che isola i personaggi in una cornice lasciando nell’oscurita il resto del quadro. Dreyer taglia tutto ciò che, nel testo di partenza, non è afferente a questa messa in scena della tirannide domestica, e quindi in primo luogo tutte le scene in esterni previste dal testo teatrale di partenza di Svend Rindom (tranne un paio in cui vediamo Viktor entrare o uscire da una taverna). “L’ossessione dell’essenziale”.

Il realismo rigoroso e soffocante della prima parte non lascia presagire che ci troviamo in realtà al cospetto di una commedia. Una commedia moderna, polemica e sarcastica, visto che, andando avanti, il vero “padrone della casa” (Master of the House è il titolo internazionale del film), diventa la balia, che punisce e tortura psicologicamente Viktor per penetrarne la corazza di freddezza, distruggerne la boria e renderlo consapevole dell’amore e dei sacrifici che la moglie ha compiuto per lui. Alla fine infatti l’uomo si ravvede e il nucleo familiare si ricompone. Una soluzione apparentemente ingenua, irreale, un posticcio happy ending a cui Dreyer sembra prestare il fianco, ma solo in termini di farsa e che lascia più dubbi che certezze.

Perfetto il cast, a partire da Johannes Meyer, che tramite gesti e sguardi sprezzanti, l’immobilità glaciale o lente camminate nella casa, in un’interpretazione perfettamente controllata e per sottrazione, esprime il suo sadismo per accumulo di microeventi. Le sue rimostranze e i suoi scatti di insofferenza nei confronti della moglie e dei figli sono continui e puntuali, come la tortura della goccia cinese. Astrid Holm interpreta qui nuovamente, anche se in chiave più dimessa, il ruolo della donna virtuosa e paziente, come in Körkarlen (Il carretto fantasma, 1921) di Victor Sjöström, dove era Edit, la volontaria dell’Esercito della Salvezza. Mathilde Nielsen, infine, appare perfetta nei panni della vecchia balia, i cui sguardi, in un voluto e divertito contrappasso, inceneriscono e “frustano” Viktor riducendolo a poco più d’una marionetta obbediente.
Primo film a mettere in campo le tre figure-tipo del suo cinema (la giovane donna pura e vessata, l’uomo prepotente e meschino e la vecchia saggia e stregonesca), e ultimo film muto da lui girato in Daminarca, Du skal ære din hustru, ancora oggi vitale e modernissimo, è il film che spalancò a Dreyer le porte del successo e la sua maestria di cineasta fu riconosciuta a livello internazionale.

Vittorio Renzi  (1 marzo 2015)


(1) Maurice Drouzy, Carl Th. Dreyer nato Nilsson, Ubulibri 1990, p. 156.

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Du skal ære din hustru (L’angelo del focolare)

[a.k.a. Il padrone di casa / Master of the House / Thou Shalt Honour Thy Wife]

Danimarca, 1925

regia, scenografia e montaggio: Carl Theodor Dreyer

soggetto: lavoro teatrale Tyrannens fald di Svend Rindom

sceneggiatura: Svend Rindom, Carl Theodor Dreyer

fotografia: George Schnéevoigt

produzione: Palladium Film

cast: Johannes Meyer, Astrid Holm, Karin Nellemose, Mathilde Nielsen,
Clara Schønfeld, Johannes Nielsen, Petrine Sonne, Aage Hoffman, Byril Harvig

durata:  107′

data di uscita: 5 ottobre 1925

Du skal ære din hustru poster

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